Sarajevo, Gerusalemme d’Europa/Sarajevo, Jerusalem of Europe

Conosciuta un tempo come la Gerusalemme d’Europa per la rara capacità di far convivere le tre fedi di origine abramitica, divenuta poi avamposto meridionale dell’Impero Asburgico e città lanciata verso un futuro radioso, che ebbe il suo culmine nelle Olimpiadi Invernali del 1984, Sarajevo è affascinante e multiforme sebbene sia ancora gravata dalla memoria della terribile guerra che negli anni Novanta del secolo scorso ne fece una città martire.
Per me Sarajevo è una delle città più interessanti e particolari d’Europa tant’è che l’ho inserita nel mio elenco delle dieci città europee a misura di City Pilgrim..
Oggi è tornata a splendere, sebbene in molti edifici del centro siano ancora visbili i segni lasciati dai proiettili che vennero sparati dalle colline circostanti durante il lungo assedio, ed è una meta turistica con buone infrastrutture e prezzi ancora contenuti.
Una lunga strada pedonale attraversa come una spina dorsale il centro della città che è totalmente turca nella sua prima parte quando ha il nome di Sarači ma diviene sorprendentemente asburgica una volta superato un segno sulla pavimentazione, col nome di Ferhadija.

Once known as the Jerusalem of Europe for its rare ability to bring together the three faiths of Abrahamic origin, it later became the southern outpost of the Habsburg Empire and then a city launched towards a bright future, culminating in the 1984 Winter Olympics, Sarajevo is fascinating and multifaceted even though it is still burdened by the memory of the terrible war that made it a martyr city in the 1990s.
I consider Sarajevo to be one of the most interesting and special cities in Europe, so much so that I have included it in my list of ten European cities for City Pilgrims.
Today it is back in splendour, although in many buildings of the centre the marks left by the bullets that were fired from the surrounding hills during the long siege are still visible, and it is a tourist destination with good infrastructure and still affordable prices.
A long pedestrian street runs like a spine through the centre of the town, which is totally Turkish in its first part when it has the name Sarači but becomes surprisingly Habsburg once it crosses a mark on the pavement, with the name Ferhadija.

@citypilgrimblog

Se quindi potevate prima illudervi di essere a Bursa o a Konya (perché Istanbul non è comparabile a nulla!), chiudendo gli occhi per cinque secondi li riaprireste in una città che potebbe eseere Budapest o Brno..
Proseguendo ancora, vi trovereste ad ammirare edifici di stile socialista risalenti a quando, ai tempi della Yugoslavia, il processo di fusione tra le tre anime della città e della Bosnia (serbo ortodossa, croato cattolica e bosniaco musulmana) pareva essersi risolto in un felice esperimento di convivenza che era già stato possibile sia sotto la dominazione turca che sotto quella asburgica.
Paradassolmente (ma non tanto) è stata proprio l’indipendenza, riconquistata dopo la fine della Yugoslavia, a scatenare le tensioni etniche e religiose che avevano covato per anni sotto una apparente pacificazione. Visitare Sarajevo e la Bosnia ti costringe a fare una scelta: rivedere, ripensare, sopportare le memorie atroci di una guerra vicina e incomprensibile o, pur tenendole presenti anche perché non potresti infatti in alcun modo evitarle, decidere che forse il modo migliore per rendere giustizia a questa città e a questo popolo è celebrarne la ritrovata normalità.
Ci sono molti di luoghi di culto a Sarajevo appartenenti sia all’Islam, che è la religione predominante, sia alla Chiesa Ortodossa Serba sia alla Chiesa Cattolica con una esigua minoranza ebraica, piccola memoria di quella che un tempo fu una delle più fiorenti comunità dell’Europa Orientale. Purtroppo non tutti sono accessibili. Solo la Moschea Gazi Husrev Beg (Begova) permette infatti (in particolari orari e dietro il pagamento di un biglietto) l’ingresso ai non musulmani mentre la possibilità di vedere all’interno le altre moschee è affidata alla vostra capacità di approfittare dei momenti immediatamente precedenti alla preghiera in cui gli inflessibili guardiani possono essere distratti.
Lo stesso dicasi per i santuari (türbe) o i conventi di dervisci (tekkije) che sono praticamente sempre chiusi e non danno alcuna indicazione su come e quando vi si possa accedere.
Da questo punto di vista quindi, nella mia ottica particolare di Citypilgrim, la visita di Sarajevo può risultare abbastanza frustrante e, malgrado la sua eccezionalità, persino un pochino deludente rispetto alle mie aspettative ma mi sono ampiamente consolato virando la mia visita su dei focus più marcatamente sociali, rimanendone totalmente soddisfatto.

So if you could first imagine being in Bursa or Konya (because Istanbul is like nothing else!), closing your eyes for five seconds would open them again in a city that could be Budapest or Brno.
Further ahead, you would find yourself standing in front of socialist-style buildings dating back to the time when, in the days of Yugoslavia, the melting of the three souls of the city and Bosnia (Serbian Orthodox, Croatian Catholic and Bosnian Muslim) seemed to have been successfully resolved in a happy experiment of coexistence that had already been possible under both Turkish and Habsburg rule.
Paradoxically (but not so much) it was independence, regained after the end of Yugoslavia, that unleashed the ethnic and religious conflicts that had simmered for years under an apparent pacification. Visiting Sarajevo and Bosnia forces you to make a choice: revisit, rethink, endure the atrocious memories of a war that is near and incomprehensible or, while keeping them in mind because you could in fact in no way avoid them, decide that maybe the best way to render this city and this people justice is to celebrate their newfound normality.
There are many places of worship in Sarajevo belonging to both Islam, which is the predominant religion, the Serbian Orthodox Church and the Catholic Church with a small Jewish minority, a small reminder of what was once one of the most flourishing communities in Eastern Europe. Unfortunately, not all of them are accessible. In fact, only the Gazi Husrev Beg (Begova) Mosque allows (at certain times and for a fee) entry to non-Muslims, while the possibility of visiting the interior of the other mosques is entrusted to your ability to take advantage of the moments just before prayer when the inflexible guardians may be distracted.
The same goes for the shrines (türbe) or the convents of dervishes (tekkije), which are practically always closed and give no indication as to how and when they can be accessed.
From this point of view then, from my particular perspective as a Citypilgrim, visiting Sarajevo can be quite frustrating and, despite its exceptional nature, even a little disappointing compared to my expectations, but I widely compensated myself by turning my visit to a more social focus, and I was totally fulfilled.

Per questo il tempo ideale per visitare la città è di due giorni pieni con una mezza giornata in più per renderlo più completo e rilassato.

Therefore, the ideal time to visit the city is two full days with an extra half day to make it more complete and relaxed.

The Gazi Husrev Beh Mosque. @citypilgrimblog

1 Complesso di Gazi Husrev Begov (Gazi Begov Külliye) /The Gazi Husrev Beg Complex

Anche se si affaccia sulla pedonale Sarači, la via più turistica di Sarajevo, la Moschea Begova riesce a mantenere una sua magica privacy e costituisce senza dubbio il luogo più piacevole e interessante in cui passare del tempo in città.
Circondata da mura, è preceduta da un ampio cortile alberato dove si trovano la bella fontana per le abluzioni, due mausolei e alcuni edifici amministrativi. Si tratta di una tipica moschea ottomana, preceduta da portico e sormontata da una grande cupola centrale.
Chi ha visitato e amato la Turchia (Istanbul ma anche Edirne o Bursa) non rimarrà certo impressionato davanti a questa moschea dalle dimensioni abbastanza contenute che rieccheggia, sia nella decorazione che nella scansione degli spazi, il modello codificato nel XVI secolo e poi divenuto classico. Interessante è visitare, oltre alla moschea, la Madrasa (scuola coranica) che si trova proprio di fronte attraversando la Sarači (si può scegliere un biglietto comulativo di 5 marchi (più o meno 2,5 euro) per visitarle entrambe). La Madrasa originale organizzata attorno a un cortile interno su cui si aprivano le celle degli studenti, ospita oggi una piccola e abbastanza insignificante esposizione. Meglio quindi ammirarne l’architettura e la scansione degli spazi che è alquanto affascinante. Per chi avesse tempo, consiglio di visitare anche l’adiacente e modernissima biblioteca (biglietto a parte) dove, oltre a una esibizione di antichi Corani e di testi sacri, si può assistere alla proiezione di un breve documentario che racconta come vennero salavati per volontà di un coraggioso bibliotecario centinaia di antichi preziosi volumi durante i giorni dei bombardamenti.
Un’ultima cosa è indispensabile fare passando per la Begova: bere l’acqua (fresca e potabile) della sua fontana, gesto che assicura una specie di certificato virtuale per un certo e inevitabile ritorno… Sicuramente tornerò.

Although it stands on the pedestrian Sarači, Sarajevo’s most famous tourist street, the Begova Mosque manages to retain its magical privacy and is undoubtedly the most pleasant and interesting place in which you can spend time in the city.
Surrounded by walls, it is preceded by a large tree-lined courtyard with a beautiful ablution fountain, two mausoleums and some administrative buildings. It is a typical Ottoman mosque, preceded by a portico and topped by a large central dome.
People who have visited and loved Turkey (Istanbul, but also Edirne or Bursa) will certainly not be impressed by this fairly small mosque, which echoes, both in its decoration and in the layout of the spaces, the model codified in the 16th century and later becoming classical. In addition to the mosque, it is worth visiting the Madrasa (Koranic school), located directly across Sarači (you can choose a combined ticket of 5 Marks (plus or minus 2.5 Euros) to visit both. The original Madrasa, organised around an inner courtyard onto which the students’ cells opened, now houses a small and rather unimpressive exhibition. Better therefore to admire its architecture and the layout of the spaces, which is quite fascinating. If you have time, I also recommend a visit to the nearby, ultra-modern library (separate ticket) where, in addition to an exhibition of ancient Korans and sacred texts, a short documentary is shown on how hundreds of antique precious volumes were saved at the behest of a courageous librarian during the days of the bombings.
One last thing you must do while passing through the Begova: drink the (fresh, drinkable) water from its fountain, which ensures a kind of virtual certificate for a certain and inevitable return… I will definitely be back.

The Begova Mosque inner court and fountain. @citypilgrimblog

2. Antica cattedrale ortodossa ((Stara pravoslavna crkva)/The ancient Orthodox Cathedral

Chi cammina in modo distratto sulla trafficata Mula Mustafe Bašeskije, che corre parallela alla pedonale Sarači, farà fatica ad accorgersi della presenza della antica cattedrale ortodossa di Sarajevo (Stara Pravoslavna Crkva), tanto essa è discreta e quasi mimetizzata nel contesto urbano. I governanti ottomani erano tolleranti verso le altre religioni ma imponevano dei limiti alla costruzione dei loro edifici sacri. Non dovevano spiccare per volume (ecco il motivo per cui la cattedrale si trova oggi leggermente al di sotto del livello stradale) e non dovevano eccedere nelle dimensioni. Un aneddoto vuole che il governatore turco avesse concesso il permesso di costruire la chiesa a patto che la sua superficie fosse corrispondente alle dimensioni della pelle di un bue. Cosa che venne rispettata dagli ingegnosi ortodossi tagliandola a fini striscioline, componendo con esse il perimetro dell’attuale chiesa che non è quindi piccola come la pelle di un bue ma nemmeno così imponente come potrebbe esserlo una vera cattedrale. Si tratta forse del luogo più affascinante di Sarajevo se cerchiamo una pura atmosfera spirituale. Raccolta, silenziosa, illuminata da lampade è anche decisamente poco visitata, pur essendo letteralmente a due passi dal centro. Nell’ampio matroneo, che corre al piano superiore come avveniva nelle antiche chiese bizantine, non vi sfuggirà una piccola bara appartennete a un bambino a cui vengono attribuite capacità miracolose riguardo alle nascite.

People walking carelessly on the busy Mula Mustafe Bašeskije, which runs parallel to the Sarači pedestrian street, will hardly notice the ancient Orthodox cathedral of Sarajevo (Stara Pravoslavna Crkva), so discreet and nearly camouflaged is it in the urban context. The Ottoman rulers were tolerant of other religions but imposed limits on the construction of their sacred buildings. They should not be prominent in volume (which is why the cathedral stands slightly below street level today) and they should not exceed in size. An ancient story has it that the Turkish governor granted permission to build the church on condition that its surface area was the size of an ox’s skin. This was respected by the ingenious Orthodox by cutting it into thin strips, composing with them the perimeter of the present church, which is therefore not as small as an ox skin but not as imposing as a real cathedral could be. It is perhaps the most fascinating place in Sarajevo if we are looking for a pure spiritual atmosphere. Secluded, silent, lit by lamps, it is also decidedly unvisited, despite being literally a stone’s throw from the centre. In the large women’s gallery, which runs on the upper floor as it did in ancient Byzantine churches, you will not miss a small coffin belonging to a child to whom miraculous abilities regarding births are attributed.

3. Santuario dei Sette Fratelli (Turbe sedam braće)/The Seven Brothers Shrine

Sette finestre verdi si affacciano su una strada in salita che, dal giardino di At Mejdan proprio alle spalle del Ponte Latino, sale verso le colline sulla riva sinistra della Miljacka. Dovete venirci appositamente, perchè questo luogo di culto, forse il più “sentito” che si possa trovare nella città vecchia, non si trova su un percorso turistico prioritario. Ma la piccola deviazione vale davvero la pena non tanto per quello che vedrete (solo un muro con sette finestre perché naturalmente la adiacente moschea come pure il bel giardino che la circonda sono normalmente chiusi e appartengono a un ospedale) ma per quello che potreste fare, adeguandovi a un rito che, a giudicare dal numero di persone di ogni età che lo hanno compiuto nel tempo in cui ci sono stato, è ancora assai diffuso e sentito.
I Sette Fratelli che sono sepolti in questo anomalo mausoleo (le Türbe nel mondo musulmano sono in genere edifici ottagonali coperti da cupola) erano sette dervisci erranti, fratelli quindi non nel senso di legame familiare quanto di appartenenza spirituale. Vennero ingiustamente accusati di aver commesso un furto e quindi giustiziati da un magistrato troppo zelante (o troppo corrotto). La loro innocenza venne però presto rivelata e i cittadini costruirono come indennizzo morale loro questa particolare sepoltura che ben presto divenne famosa per la capacità di esaudire desideri.

Seven green windows open onto an uphill street that leads from the At Mejdan garden, just behind the Latin Bridge, up into the hills on the left bank of the Miljacka. You have to come there on purpose, because this place of worship, perhaps the most ‘heartfelt’ you can find in the old city, is not on a priority tourist route. But the diversions are really worth it, not so much for what you will eventually see ( just a wall with seven windows, as of course the adjacent mosque as well as the beautiful garden that surrounds it are normally closed and belong to a hospital), but for what you might do, following a ritual that, judging by the number of people of all ages who have performed it in the time I have been there, is still very popular and heartfelt.
The Seven Brothers buried in this unusual mausoleum (Türbes in the Muslim world are usually octagonal buildings covered by a dome) were seven wandering dervishes, brothers therefore not in the sense of family ties but of spiritual belonging. They were wrongly accused of committing theft and then executed by an overzealous (or overly corrupt) magistrate. Their innocence was soon revealed, however, and the citizens built as a moral indemnity for them this particular burial ground, which soon became famous for its ability to grant wishes.

One of the Seven Brother’s Tom in the shrine. @citypilgrimblog

Ognuna delle sette finestre (oltre le grate si può vedere la tomba del deriviscio sovrastata dal simbolico turbante) reca nel telaio la piccola fessura in cui si deve inserire una monetina prima di rivolgere un’invocazione, una richiesta, un ringraziamento. Da quanto ho potuto vedere non esiste un senso privilegiato per compiere il rito né una particolare etichetta rituale (alcuni più devoti rivolgevano una preghiera tenendo le braccia aperte secondo l’uso islamico, altri si limitavano a sostare in silenzio, altri ancora appoggiavano la mano sulle grate che proteggono le tombe). Procuratevi sette monete (non importa di quale valore) se volete compiere questo piccolo rito.

Each of the seven windows (beyond the grids you can see the tomb of the derivish, topped by the symbolic turban) bears the small slit in the frame into which a coin must be inserted before addressing an invocation, a request, a thanksgiving. As far as I could see, there is no privileged direction in which to perform the ritual nor any particular ritual etiquette (some more devout people addressed a prayer holding their arms open according to Islamic custom, others simply stood in silence, others still rested their hand on the gratings that protect the tombs). Get seven coins (no matter of which value) if you want to perform this little ritual.

The seven green windows of the Seven Brothers Shrine. @citypilgrimblog

4 Moschea Careva (Careva dzamija)/The Emeperor Mosque

Gran parte delle moschee di Sarajevo hanno perso il loro splendore originario a causa delle numerose guerre che hanno toccato la città. Tutte però hanno recuperato, se non il loro fascino antico, almeno le forme e gli spazi di culto, riuscendo a trasmettere quel senso di serenità che era proprio delle architetture ottomane. Tra i più notevoli esempi di moschea ottomana ancora presenti in città ho apprezzato in particolare la Careva Dzamija (Moschea Imperiale), un luogo strano e tranquillo, dove il cortile con il piccolo caffè e le sedute sotto gli alberi creano, come nella Begova, un intercapedine tra il traffico del lungo fiume e il luogo sacro vero e proprio. La moschea è normalmente chiusa alle visite turistiche e per entrare dovete aspettare che ci sia una preghiera, sfruttando i momenti immediatamente precedenti per compiere una breve visita all’interno. A differenza di quanto avviene in altre moschee della Bosnia scoprirete che questa è decorata in modo discreto, usando solo il bianco e nero che ne accrescono l’eleganza e la luminosità naturale. Sedersi nel cortile, osssrvare gli anziani che chiaccherano, i giovani che aspettano la chiamata del muezzin può risultare altrettanto soddisfacente.

Most of Sarajevo’s mosques lost their original splendour due to the several wars affecting the city. All of them, however, have recovered, at least the forms and spaces of worship, managing to communicate the feeling of serenity typical of Ottoman architecture. I particularly liked Careva Dzamija (Imperial Mosque) as one of the most striking examples of Ottoman mosque still standing in the city. It is a strange and peaceful place, where a courtyard with a small café and the seats under the trees create, as in the Begova, a gap between the traffic on the riverfront and the holy place itself. The mosque is usually closed to tourist visits and to enter you have to wait for a prayer to take place, using the moments immediately preceding to make a brief visit inside. Unlike other mosques in Bosnia, you will find that this one is discreetly decorated, using only black and white to enhance its elegance and natural luminosity. Sitting in the courtyard, watching the elders chatting, the young people waiting for the muezzin to call can be equally satisfying.

Careva Mosque. @citypilgrimblog

5. Vecchia Sinagoga, Museo degli Ebrei di Bosnia (Muzej Jevreja Bosne)/Old Synagogue, Bosnian Hebrew Museum

Quando, alla fine del XV secolo, gli ebrei sefarditi furono espulsi dai territori spagnoli riconquistati alla cristianità trovarono rifugio nelle terre dominate da arabi e poi dai turchi, all’epoca molto più tolleranti dei cattolici nei confronti delle altre religioni. La presenza di comunità sefardite fu quindi una costante in tutti i principali centri dell’Impero Ottomano e Sarajevo fu tra le principali. Visitando la Vecchia Sinagoga Sefardita che si trova proprio alle spalle della Cattedrale Cattolica ed è oggi un piccolo museo dedicato agli Ebrei di Bosnia, potrete scoprire come questa comunità fosse davvero dinamica e influente nella vita della città (sono interessanti a mio parere le foto relative alle attività sportive e culturali portate avanti dalla comunità ebraica nei primi decenni del XX secolo) ma venne letteralmente decimata dai nazisti e dai loro alleati croati. Anche se si tratta sostanzialmente di un museo, il piano terreno della Sinagoga mantiene l’affascinante e sobrio arredo del luogo di culto. Esistono comunque altri due luoghi “ebraici” in città: il primo è la Sinagoga Askenazita di stile neomoresco che è ancora attiva e si trova sulla riva sinistra del fiume, aperta alle visite in orari abbastanza ristretti; l’altro, assai più celebre è la famosa Hagadah di Sarajevo, il prezioso libro illustrato di origine spagnola miracolosamente salvato dalla distruzione (si legga il romanzo I custodi del Libro di Geraldine Brooks per una versione romanzata della sua storia), conservato nel vetusto Museo Nazionale e putroppo visibile solo in orari limitati in alcuni giorni (martedì o giovedì dalle 12 alle 13, ma controllate prima perchè le cose cambiano).

When, in the late 15th century, Sephardic Jews were expelled from the Spanish territories reconquered by Christianity, they found refuge in lands dominated by the Arabs and then by the Turks, who at the time were much more tolerant of other religions than the Catholics. The presence of Sephardic communities was therefore a permanent feature in all the major centres of the Ottoman Empire and Sarajevo was among the main ones. If you visit the Old Sephardic Synagogue, located just behind the Catholic Cathedral and now a small museum dedicated to the Jews of Bosnia, you will discover how this community was really dynamic and influential in the life of the city ( photos of sports and cultural activities pursued by the Jewish community in the first decades of the 20th century are interesting in my personal opinion) but was literally decimated by the Nazis and their Croatian allies. Although it is essentially a museum, the ground floor of the Synagogue retains the fascinating and sober furnishings of the worship place. There are, however, two other ‘Jewish’ sites in the city: the first is the neo-Moorish Askenazite Synagogue, which is still active and located on the left bank of the river, open for visits at fairly restricted times; the other, much more famous, is the famous Sarajevo Hagadah, the precious illustrated book from Spain saved miraculously from destruction (read Geraldine Brooks’ novel Pepole fo the Book for a fictionalised version of its story), preserved in the age-old National Museum and unfortunately only visible during limited hours on certain days (Tuesdays or Thursdays from 12 noon to 1pm, but check beforehand because things change).

The Old synagogue interior. @citypilgrimblog

Extra 1: Cattedrale Cattolica del Sacro Cuore (Katedrala Srca Isusova)/The Catholic Cathedral

Costruita da un architetto austriaco avendo come modello la cattedrale di San Benigno di Digione in Francia, la Cattedrale Cattolica del Sacro Cuore, sede di una diocesi e punto di rierimento per la comunità croata, è un edificio neogotico dall’interno piuttosto stereotipato e banale, a cui solo le vetrate policrome riescono a dare un tocco di fascino. Si affaccia su una dele più animate piazze di Sarajevo, circondata da locali con tavoli all’aperto ed è quindi molto fotografata, aldilà dei propri meriti “estetici”. Si tratta comunque di una chiesa “viva”, animata anche dalla presenza di una comunità di suore, in cui trovare rifugio dal caos della piazza e della animata Ferhadija, la parte “asburgica” dell’isola pedonale di Sarajevo che la sfiora.

Built by an Austrian architect using the cathedral of St Benignius of Dijon in France as a model, the Catholic Cathedral of the Sacred Heart, see of a diocese and a reference point for the Croatian community, is a neo-Gothic building with a rather stereotypical and trivial interior, which only the polychrome stained-glass windows manage to give a touch of charm. It overlooks one of Sarajevo’s most lively squares, surrounded by open-air cafés, and is therefore much photographed, regardless of its ‘aesthetic’ merits. It is, however, a ‘living’ church, also animated by the presence of a community of nuns, in which to find refuge from the chaos of the square and the bustling Ferhadija, the ‘Habsburg’ part of Sarajevo’s pedestrianised island that touches it.

Sacred Heart Catholic Cathedral. @citypilgrimblog

Extra 2. Cattedrale Ortodossa della Natività di Gesù (Saborna Crkva Rođenja Presvete Bogorodice)/The New Orthodox Cathedral

Si affaccia sulla alberata Trg oslobođenja – Alija Izetbegović, piazza che congiunge la pedonale Ferhadja con la parallela Branilaca Sarajeva la “nuova” cattedrale ortodossa di Sarajevo, una delle più grandi in Europa. Si tratta di un edificio imponente, dall’interno scuro e denso di nuvole di incenso, che ha tutte le caratteristiche proprie di una chiesa ortodossa: profusione di icone, lampade, piccoli altari, iconostasi decorata. Una chiesa di indubbia atmosfera a cui si accede pagando un piccolo obolo all’inflessibile guardiano che non vi permetterà l’accesso se non sarete vestiti di tutto punto (niente spalle o gambe nude anche per gli uomini).

Overlooking the tree-lined Trg oslobođenja – Alija Izetbegović, a square that joins the pedestrian Ferhadija with the parallel Branilaca Sarajeva, the ”new” Orthodox cathedral in Sarajevo, one of the largest in Europe. It is an imposing building, with a dark interior dense with clouds of incense, which has all the characteristics of an Orthodox church: a profusion of icons, lamps, small altars, a decorated iconostasis. A church of unquestionable atmosphere to which you can access by paying a small fee to the inflexible guardian who will not allow you to enter unless you are fully dressed (no bare shoulders or legs even for men).

The huge Orthodox Cathedral @citypilgrimblog

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