Hanoi: Bach Ma, lo spirito del cavallo bianco/The white horse’s spirit.

Spesso alle origini della fondazione di una città c’è una leggenda che ha per protagonista un animale (basti pensare a Roma e alla sua lupa). Anche Hanoi, la capitale del Vietnam, non sfugge a questa regola. Qui però l’animale di riferimento è un cavallo bianco a cui un imperatore inquieto affida il suo destino. 

Continuando la serie di post che hanno per protagonista Hanoi , una delle città asiatiche che più amo (trovate in fondo tutti i link per i precedenti), voglio raccontarvi il luogo da cui, secondo la leggenda, tutto è originato.

Il re è davanti a una terra deserta. E’ una terra buona e ricca di acque, strategicamente valida, ideale per costruirci una nuova capitale. Il re guarda la terra e si convince, perché qui l’ha condotto il suo fidato cavallo, un imponente destriero bianco che Ly Thai To, così si chiama il re, tiene in grande considerazione. Qui sorgerà la capitale del suo impero nascente e in corrispondenza della sua porta orientale farà erigere un tempio in onore del suo cavallo (Ma) bianco (Bach).

Un tempo questo luogo di culto sorgeva in corrispondenza di uno degli ingressi della Città Imperiale; oggi invece si affaccia su un animato incrocio della città commerciale, in cui costituisce una sorprendente isola di tranquillità. Anche se la sua fondazione risale all’XI secolo, il tempio attuale è, come gran parte degli edifici sacri di Hanoi, una ricostruzione del XVIII secolo. Il cavallo vi appare sull’altare nelle sue dimensioni reali, affiancato da due slanciate fenici, e pare una divinità sin troppo realistica nelle forme e nella decorazione per ispirare reverenza o abbandono. Sembra quasi una figura da giostra, un cavallo di cartapesta che gira per la vita attorno a un perno a strisce bianche e azzurre, piuttosto che un profeta di glorie future o un divino messaggero come vorrebbe essere ricordato. Ma in fondo il valore di un simbolo è efficace per chi ne conosce le origini e il mio archetipo della giostra non è certo un valido termine di paragone in questa città di incroci e di influenze. Certamente negli anni della dominazione coloniale francese, i cui segni architettonici sono visibili quasi ovunque, qualche giostra dai cavalli bianchi sarà comparsa, nei parchi che circondano i laghi. Non qui però, non nel cuore caotico della città antica, con le sue strade dedicate ciascuna a un mestiere, come avveniva nelle nostre città del Medioevo. Qui, nel piccolo tempio della Porta Orientale, il cavallo bianco era sempre e solo l’incarnazione di un genius loci e il movimento rotatorio che esso suggeriva e suggerisce non è quello della giostra bensì quello della storia, con i suoi cicli e le sue rivoluzioni, su cui ruota impassibile, fermato da un ignoto scultore in un momento di gloria che il suo padrone-imperatore a reso eterna.

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White Horse Temple’s interior from the courtyard. Ph. Maria Lecis

C’è anche chi, in questo tempio, venera un drago d’oro, eloquente e inattaccabile simbolo imperiale ma è il cavallo, che dona il suo nome al tempio, a meritarsi le attenzioni. Lui è lo Spirito Protettore della città e molti devoti sembrano prendere questo suo ruolo molto sul serio. Per questo decido di rimanere per qualche tempo a osservarli, cercando di capire quanto uno “spirito protettore” possa essere ancora riconosciuto e venerato in una città che ambisce a essere moderna. Un cavallo è un simbolo arcaico, di potenza, l’attributo necessario e qualificante della regalità, l’emanazione stessa della regalità. In questo mondo di animali simbolici, le due fenici, i dragoni, le tartarughe, le tigri, il cavallo merita certo un ruolo regale, anche se il suo spirito protettore pare piuttosto essere trasmigrato in migliaia di scooter che dominano le sue strade. Subito fuori dal sacro recinto dove regna la sua immagine, se ne ode il fruscio, se ne avvertono i suoni sincopati, i grugniti delle riprese, i singhiozzi delle frenate, il fremere delle froge cromate che spargono vapori nell’aria.
Nel piccolo cortile che precede il tempio, circondato da grandi vasi fioriti, mi siedo su un gradino muschioso e cerco invece di ascoltare i fruscii più sottili che vengono dal tempio. C’è sempre un bastoncino d’incenso che arde, qualcuno che entra e si prostra mani giunte al petto, piccoli inchini veloci. Passanti, studenti, donne con borse, qualche turista, come in una chiesa di Roma, come in una moschea del bazar di Istanbul. Un angolo di pace nel trambusto, un luogo dove entrare, rivolgere suppliche, uscire.

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A golden fish as a roof’s decoration. Ph. Maria Lecis.

Per altre storie su Hanoi leggi qui:

Hanoi: Den Ngoc Son, il tempio della Montagna di Giada/ The Jade Mountain temple in Hanoi

Hanoi: Van Mieu, il Tempio della Letteratura/The Literature Temple

Hanoi: cinque templi dove sedersi e ascoltare /Hanoi: five temples where to sit and listen.

Hanoi, il mistero della porta rossa. (Red Door Mystery).

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