Dakshinesvar e Belur: due santuari sul Gange a Calcutta/Dakshinesvar and Belur two shrine on Ganges in Kolkata

Ramakrishna e Vivekananda: un maestro e un discepolo. Due grandi spiriti che insegnarono la tolleranza e il dialogo tra le religioni. A loro si legano due templi di  un certo fascino che sorgono, quasi specularmente, sulle rive opposte del Gange, non lontano da Calcutta. Sebbene siano spiritualmente collegati alla vita e alla memoria dei due grandi mistici, sono in realtà due luoghi molto diversi tra loro per atmosfera e organizzazione. Li ho visitati in un caldo giorno di novembre. Queste le mie impressioni. 

DSC00959
Six of the twelve little Shiva’s domes in Dakshinesvar Temple. ph.Maria Lecis

Un’avvertenza importante: se mai voleste ripercorrere il mio itinerario, ricordatevi di non arrivare a Belur dalle 12 alle 15. I cancelli del monastero sono chiusi e non essendoci assolutamente nulla da vedere o da fare nei dintorni si rischia di dover passare un paio d’ore seduti su una panchina o, al peggio, su un marciapiede! Per tornare a Kolkata poi esiste un solo ferry, che parte attorno alle 17,45 (verificate!). Prima si può attraversare il Gange solo con uno dei traghetti regolari che congiungono Belur al villaggio fronteggiante, da dove basta seguire la folla e sperare di trovare un taxi che vi riporti in città, cosa che, per esperienza personale, può anche non essere né facile né immediata, ma che può altresì rivelarsi a suo modo divertente come ogni avventura indiana. Naturalmente si può anche tornare a Dakshinesvar da dove i collegamenti con Kolkata sono sicuramente più facili. Io non ho preso neppure in considerazione l’ipotesi della visita organizzata con guida. Se però non siete avventurosi e pazienti fatelo.

 

DSC00969.jpg
A row of one of the pavilions surrounding Dakshinesvar temple where you can buy religious items, lights, garlands and souvenirs. ph. Maria Lecis

Io ho scelto di partire da Dakshinesvar perché, essendo il luogo dedicato alla memoria di Ramakrishna (1836-1866), il Maestro, ho voluto rispettare una precedenza sia cronologica che devozionale. Avevo grandi aspettative su questo luogo. La lettura della straordinaria vita di Ramakrishna e dei suoi discepoli (soprattutto nel racconto che ne fa Cristopher Isherwood) e la memoria delle sue esperienze mistiche che coinvolgevano anche le altre religioni dell’India (islam, gianisimo e cristianesimo) mi avevano preparato a un luogo di emozioni intense. Mi ero però dimenticato di come la realtà indiana finisca sempre per stravolgere le nostre ingenue aspettative. Infatti essendo un luogo di pellegrinaggio molto importante, non tanto per la memoria del grande mistico quanto per la presenza di un importante simulacro della dea Kali, il tempio è circondato da un’intensa vita “commerciale” e l’accesso è regolamentato da percorsi obbligati fin dalla strada dove mi lascia il taxi. Non ci sono altri occidentali oltre a me ma nessuno pare trovare la mia presenza strana. Un grande edificio precede il tempio e lì bisogna lasciare non solo le scarpe ma anche il cellulare, gli apparecchi fotografici e gli zainetti (quindi niente foto degli interni!). Insomma al recinto sacro si accede liberamente ma senza null’altro che i propri abiti. Questa privazione, in un primo tempo disturbante, ti rende poi più attento alla realtà, osservata con pacifica rassegnazione e protetta dalla dilagante follia dei selfies che pare aver contagiato tutta l’India.

DSC00963.jpg
Dskshinesvar Temple’s domes. Ph. Maria Lecis

Quello che colpisce di questo imponente edificio non molto antico (ha poco più di un secolo) è soprattutto il curioso stile architettonico che interpreta i modelli bengalesi del tempio con tetti a capanna contaminandoli con modelli più occidentali, tanto che non può sfuggire una certa somiglianza di questo tempio con la basilica di Montmartre a Parigi o con certe cattedrali russe. Sul lato che dà verso il Gange (non accessibile però direttamente dal cortile) si allineano i 12 piccoli templi, tutti uguali e tutti contenenti un solo lingam, dedicati a Shiva. Il sacello in cui si conserva il simulacro della dea si trova invece al centro del grande cortile ed è in realtà piuttosto piccolo e angusto (proprio come quello del Kali Ghat di Kolkata). Lo circonda una lunga coda di devoti che si snoda sotto un sole rovente per compiere la rapida contemplazione con relativa offerta al simulacro. Fortunatamente un ampio padiglione, aperto con colonne e pensato proprio per accogliere i pellegrini, diventa il mio punto di osservazione della vita all’interno del tempio, che, secondo il classico stile indiano, è piuttosto irrequieta e disinvolta. Non c’è molto da vedere in realtà: una serie di memorie di Ramakrishna, vecchie fotografie, ovunque un che di non finito. Di mistico però davvero poco. Mi rendo conto ancora una volta di come sia sciocco e presuntuoso aspettarsi dalla vita rituale di un altro Paese una conformità a modelli occidentali! In fin dei conti, vien da chiedersi, come si potrebbe oggettivamente definire un’atmosfera mistica?

DSC00982.jpg
The ferry crossing the Hooghy River from Daskshinesvar to Belur. ph. Maria Lecis.

Tuttavia, una volta attraversato il fiume con un tranquillo traghetto che salpa da un pontile che si allunga nelle acque torbide dell’Hooghly/Ganga, poco a monte rispetto al tempio (per raggiungerlo bisogna attraversare un piccolo villaggio di capanne e baracche pieno di bambini che osservano..), mi accorgo che questa regola non vale ovunque.

DSC01007
The main temple of the Belur Math. ph. Maria Lecis

Ispirato dai suoi incontri con il mondo occidentale il discepolo Vivekananda (1863-1902), la cui missione spirituale fu quello di cercare un percorso di unità tra le religioni, costruì a Belur, un math (monastero) che ricorda ancor più di Dakshinesvar, anche nelle sue forme, un luogo di spiritualità occidentale. Nel suo tempio principale che richiama la pianta di una chiesa, con una vasta navata centrale senza banchi e senza sedie, custodi solerti fanno rispettare il senso di visita e, incredibilmente, anche il silenzio, esigendo da tutti coloro che siedono sull’immacolato pavimento un atteggiamento di composto raccoglimento.
Nei viali di Belur passeggiano monaci dalle tonache arancio (noto anche qualche occidentale) e il ghat pulito e ordinato che scende al fiume è popolato più da giovani in gita che da devoti. Con i suoi giardini, i suoi viali, i suoi templi memoriali che ricordano in piccolo quello principale, la sua grande libreria e i locali in cui visse Vivekananda, Belur sembra davvero una tranquilla abbazia occidentale, senza chiostro è vero, ma con il tipico affaccendarsi di monaci che passano da un edificio all’altro seguendo qualche loro percorso segreto.

DSC01005
One of the Belur’s buildings surrounding the main temple. ph. Maria Lecis.

SE TI INTERESSA UN’ALTRA STORIA SU KOLKATA LEGGI questo link

 

DSC00978
Front view of the Dakshineswar Temple. ph. Maria Lecis.

Ramakrishna and Vivekananda: the master and the disciple. Two great spirits who taught tolerance and dialogue between religions. They are linked to two temples of great charm that rise, almost specularly, on the opposite banks of the Ganges, not far from Calcutta. Although they are spiritually connected to the life and memory of the two great mystics, they are actually very different in atmosphere and organization. I visited them on a hot November day. These are my impressions. 

An important warning: if you ever want to follow my itinerary remember not to arrive in Belur from 12 to 15. The gates of the monastery are closed and there is absolutely nothing to see or do there! Unless you like to spend a couple of boring hours sitting on a bench or, at worst, on a sidewalk! If you want to return to Kolkata by ferry if you have only one choice, leaving around 17.45 (check first!). Otherwise you can cross the Ganges with one of the regular small ferries that connect Belur to the village across the river from where you just have to follow the crowd if you hope to find a taxi that will take you back to the city. Be prepared: by my personal experience is not easy or immediate, but could be as fun as any Indian adventure. Of course you can also return to Dakshinesvar from where connections with Kolkata are certainly easier. I have not even considered the idea of a guided tour. But if you are not adventurous and patient, do it.

I chose to start from Dakshinesvar. Being the place dedicated to the memory of Ramakrishna (1836-1866), the Master, I wanted to respect a chronological and devotional precedence. I had great expectations of this place. The reading of the extraordinary life of Ramakrishna and his disciples (especially in the account that Christopher Isherwood makes of it) and the memory of his mystical experiences that also involved the other religions of India (Islam, Jainism and Christianity) had prepared me for a visit of intense emotions. But I had forgotten how Indian reality always ends up distorting our naive Westerner oriented expectations. Being a very important place of pilgrimage, not so much for the memory of the great mystic as for the presence of an important simulacrum of the goddess Kali, the temple is surrounded by an intense “commercial” life and access is regulated by compulsory routes from the road where the taxi leaves me. There are no other Westerners but no one seems to find my presence so strange. A large building precedes the temple and there you have to leave not only your shoes but also your mobile phone, cameras, backpacks (that’s why ther’re no photos of the interior!). You can enter the sacred enclosure freely but with nothing but your own clothes. This deprivation actually ends up making you more attentive to the reality observed with peaceful resignation and to protect the place from the madness of selfishness that seem to have infected the whole of India.

What is most striking about this imposing 19th century building is above all the curious architectonical style that interprets the Bengali models of the temple with gabled roofs, contaminating them with more western models, so that a certain resemblance of the temple to the basilica of Montmartre in Paris or some Russian domes cannot escape.
On the side facing the Ganges (but not directly accessible from the courtyard) are the 12 small temples containing a single lingam, dedicated to Lord Shiva. The sacellum in which the simulacrum of the goddess Kali is kept rise up in the center of the courtyard and is rather small and narrow (just like that of Kali Ghat in Kolkata).  A long queue of devotees waits under a scorching sun to make the rapid contemplation with its offer to the Goddess. A large open pavilion with columns, designed to accommodate pilgrims, becomes my point of observation of life inside the temple, which, according to the classic Indian style, is rather restless and casual. There is not much to see inside:  a series of memories of Ramakrishna, old photographs nothing more. Mysticism, however, is totally missing. I realize once again how foolish and presumptuous it is to expect from the ritual  life of another country a conformity to Western models! After all, how do you can define an absolute and objective mystical atmosphere?

However, once I cross the river with a quiet ferry starting from a pier that stretches into the murky waters of Hooghky/Ganga, just upstream of the temple (to reach it you have to go through a small village of huts and shacks full of children watching …), I realize that this rule does not apply everywhere.

Inspired by his encounters with the Western world, the disciple Vivekananda (1863-1902), whose spiritual mission was to seek a path of unity between religions, built in Belur, a math (monastery) that is more reminiscent of a Western place of spirituality. In its main temple, which someway recalls a church, even in its interior, wide and clean but without benches or chairs, diligent custodians respect the clockwise sense of visit and, incredibly force the visitors to silence, demanding from all the people sittting on the immaculate floor an attitude of composed recollection.
In the avenues of Belur you can see walking monks with orange tunic (also look as Western) and the clean and tidy ghat that descends to the river is populated more by young couples on a trip than by devotees. With its gardens, its boulevards, its memorial temples reminiscent of the main one’s style, its large bookshop and the premises where he lived Vivekananda, Belur really seems a quiet western abbey, without cloister is true, but with the typical business of monks who pass from one building to another following some secret path.

if you want to read something of different about my experience in Kolkata: link

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...