Varanasi: con i piedi nel Gange. L’esperienza di vivere i ghat/Varanasi: living the ghats, an experience.

Varanasi, alias Benares, alias Kashi: la più santa tra le città sante dell’India è un immenso, continuo santuario che si snoda lungo le rive del fiume Gange che per gli indù è una divinità. Non ci sono grandi templi o altari da visitare, solo scalinate che scendono vertiginose verso l’acqua dove milioni di pellegrini d tutta l’India vengono almeno una volta nella vita in pellegrinaggio. Per molti questa “occasione” di visita coincide con la morte perché non esiste luogo più propizio dove compiere il passaggio. Varanasi è un luogo strano e complesso di cui si possono dare letture diverse e spesso contrastanti tra loro. Io l’ho vista così… 

DSC00682
My little Ganges bathing experience… You feel the water friendly not polluted, ph. Maria Lecis.

Conosco Varanasi in un tiepido tramonto di ottobre. Scendo per la prima volta le scale che portano ai ghat. C’è emozione e timore, perché molti sono stati i racconti letti o sentiti su questo luogo unico che ho deciso di affrontare solo quando fosse arrivato il momento propizio. Ora questo momento è arrivato. Ci sono stati tanti piccoli fattori che hanno portato a prendere finalmente questa decisione.  E adesso sono qui che guardo il Fiume Divino scorrere placido e poco trasparente davanti ai miei occhi. Sui gradini, mentre la luce si fa rosa e trasfigura ogni dettaglio, inizio a scorgere pellegrini intenti alle abluzioni, sadhu seduti in apparente apatia, giovani che passeggiano ridacchiando rilassati come se fossero su un lungofiume qualsiasi di una città qualsiasi. E forse, in un certo senso è proprio così. Per apprezzare la continuità del cammino sui ghat che può svolgersi per circa cinque chilometri, bisogna però venire a Varanasi dopo la stagione delle piogge perché nel periodo monsonico l’acqua del fiume sale e invade i percorsi, come ben testimoniano segni di umidità sui muri degli edifici e mucchi di detriti.

DSC00413.jpg
Varanasi ghats view at sunset. Ph. Maria Lecis.

Si raccontano molte storie, anche macabre, su quanto avviene sui ghat. In effetti molti turisti sono presi da una morbosa e inspiegabile attrazione per le pire funerarie che ardono su tre di questi ghat dove si susseguono riti di cremazione che dovrebbero essere privati e rispettati ma che purtroppo spesso non lo sono. La cremazione è pur sempre un atto religioso e privato, un momento di grande valore simbolico, e dovrebbe essere rispettata. Per questo decido di aggirare i ghat funerari, senza soffermarmi sui riti che vi avvengono, limitandomi a una inevitabile osservazione da lontano durante il percorso in barca.

DSC00427
A  view from the boat of one of three crematories on the ghat of Varanasi. ph. Maria Lecis

La visita a Varanasi potrebbe, in fondo, limitarsi a questo: una lunga continua deambulazione sui ghat, rivolgendo lo sguardo ora verso il fiume, cogliendovi scene di vita, di purificazione, di gioia, di condivisione tra interi gruppi familiari, ora verso la ininterrotta cortina di palazzi dalle forme più bizzarre tra cui compaiono le ripide scalinate che scendono all’acqua. All’alba e al tramonto questa osservazione è bello farla da una barca, le offerte dei barcaioli non mancano e ogni albergo o guesthouse può organizzarne una. Al tramonto poi in almeno tre luoghi si svolge una versione “spettacolare” dell’arti, il rito notturno del fuoco, con lampade accese, roteate nell’aria in modo scenografico e poi adagiate sulle onde le fiume. Ognuno può compiere la propria e la scoperta e la condivisione di queste piccole cerimonie private ha più senso e sentimento rispetto a quelle grandi e spettacolari verso cui convergono le masse di turisti e pellegrini, con tanto di posti riservati come se si trattasse (e in fondo forse lo è…) di uno spettacolo e non di un rito.

DSC00612.jpg
A private evening “arti” on the river bank. Ph. Maria Lecis

All’interno dei ghat, ma più alti e in parte paralleli al corso del fiume, corrono dei vicoli e piccole strade pedonali (le moto come sempre in India sono immuni da ogni divieto!) che mi hanno fatto ricordare un po’ Venezia, proprio per non essere accessibili alle auto e per il fatto di non portare apparentemente da nessuna parte. Qui si alternano negozi, piccoli bar e ristoranti, qui si trovano seduti ai tavoli turisti occidentali che bevono, mangiano e fumano, ricercando, pur nella situazione esotica con scimmie che saltano da un tetto all’altro lanciando urla, mucche che si accomodano nel bel mezzo del vicolo ostruendolo e immancabili cani che tutto guardano e osservano, un attimo di normalità e di decantazione sensoriale.

DSC00690
Life in the alleys of the Old Town. Cows have a lot of privileges…  ph. Maria Lecis

L’unico grande tempio di Varanasi, che sorge al centro della città vecchia e si raggiunge percorrendo alcuni di questi vicoli, è di fatto assediato da code chilometriche di pellegrini indiani. Ai turisti è riservato un ingresso particolare ma, quand’anche l’avete trovato, il tempio non è così meritevole del tempo che si perde per entrarvi (senza borse, cellulari o macchine fotografiche oltretutto). Di templi piccoli come cappelle ce ne sono invece a centinaia, ovunque: in bella vista a un incrocio tra tre vicoli, in un angolo che pare irraggiungibile, dentro portoni di legno antico che nascondono ospizi per per pellegrini poveri e collegi di yoga o meditazione. Le indicazioni in questo dedalo, colorato e senza logica, si trovano scritte sui muri. bizzarre e colorate, e fanno da guida ai cento bivi che ti si parano davanti.

DSC00383.jpg
Pilgrims burning lamps in the magical Varanasi evening. ph. Maria Lecis

Poi però finisci sempre al fiume, perché lì succede tutto, lì è bello stare, per ore, anche per giorni avendone tempo, certi che se ci si abbandona al ritmo delle cose, che non è un calendario di luoghi da vedere in successione, ma piuttosto una sequenza di sensazioni da assaporare, i giorni passeranno con una serenità e con una pienezza che difficilmente ho riscontrato altrove. Con buona pace di coloro che mi avevano parlato di questo luogo come un coacervo di sporcizia ( ma su questo mi sono già espresso in un precedente post! qui il link), disperazione e morte mi sono anche brevemente immerso nelle acque del Gange provandone un senso di calma familiarità, non certo di timore o disgusto. Sporcizia, disperazione, morte: nessuna delle tre cose se riferita Varanasi in realtà può essere considerata falsa, Ma ridurre il tutto a questa sequenza significa togliere persino a loro l’essenza vivificante della luce di Varanasi. Togliere loro l’anima e il senso di unicità che veramente rivestono. Ci aspetta una lampada di ghee da accendere e abbandonare alle acque del fiume. Un nostro desiderio si fonderà con le sue sacre acque e forse, chissà, perché non esiste certezza nella richiesta di auspici, si rivestirà della sua divinità liquida ed eterna rendendoci più felici!

DSC00372.jpg
Selling ritual garlands and lamps… ph. Maria Lecis

 

Varanasi, alias Benares, alias Kashi: the holiest of the holy cities of India is an immense, continuous sanctuary running along the banks of the river Ganges, for Hindus a deity itself. There are no great temples or altars to visit, only stairs that descend vertiginously towards the water where millions of pilgrims from all over India come at least once in their lives on pilgrimage. For many this “occasion” of visit coincides with death because there is no more favorable place to make the Passage. Varanasi is a strange and complex place where everyone can give different and often conflicting readings. I have seen it so… 

I know Varanasi in a warm October sunset. I go down for the first time the stairs that lead to the ghat. I feel emotion and fear for many stories read or heard about this unique place that I decided to face only when the right time had come. Now this moment has arrived and now I am here looking at the Divine River flowing calmly and not very transparent in front of my eyes. On the steps, as the light turns pink and transfigures every detail, I begin to see pilgrims intent on ablutions, sadhu sitting in apparent apathy, young people walking giggling relaxed as if they were strolling on any riverside of any city. To appreciate the continuity of the walk on the ghat that can take place for about five kilometers, however, you have to come to Varanasi after the rainy season because in the monsoon period the water of the river rises and invades the paths, as evidenced by signs of moisture on the walls of buildings and piles of debris.
Many stories are told, even macabre, about what happens on the ghat. In fact, many tourists are taken by an inexplicable attraction for the funeral pyres that burn on three of these ghats where there are rites of cremation that should be private and respected but unfortunately often are not. Cremation is still a religious and private act, a moment of great symbolic value, and should be respected. That’s why I decide to circumvent this kind of ghat without dwelling on the rituals that take place there, limiting myself to an inevitable observation from afar during the boat trip.

The visit to Varanasi could, in the end, be limited to this: a long and continuous walk on the ghat, looking first at the river, capturing scenes of life, purification, joy, sharing between entire family groups, then towards the uninterrupted curtain of buildings with the most bizarre forms among which appear the steep stairs that descend to the water. At dawn and dusk this observation is beautiful to make from a boat, there are offers from boatmen and every hotel or guesthouse can organize one. At sunset then in at least three places takes place a “spectacular” version of the Arti, the night ritual of fire, with lamps lit, spun in the air in a scenic way and then lying on the waves river. Everyone can make their own Arti and the discovery and sharing of these small private ceremonies has more sense and feeling than the big and spectacular ones towards which converge the masses of tourists and pilgrims, with lots of reserved places as if it were (and after all maybe it is…) a show and not a ritual.

Inside the ghats, but higher and partly parallel to the course of the river, there are alleys and small pedestrian streets (motorbikes as always in India are immune from any ban!) that reminded me a little ‘Venice, just not to be accessible to cars and for the fact of not bringing apparently nowhere. Here you can find shops, small bars and restaurants, here you can find Western tourists sitting at the tables drinking, eating and smoking, searching even in the exotic situation, with monkeys jumping from one roof to another throwing screams, cows sitting in the middle of the alley obstructing it and inevitable dogs watching and observing everything, a moment of normality and sensory decantation. 

The only great temple of Varanasi, which stands in the centre of the old town and can be reached by following some of these alleys, is in fact besieged by queues of kilometres of Indian pilgrims. Tourists have a special entrance but, when you have found it, the temple is not so deserving of the time that is lost to enter (without bags, mobile phones or cameras, moreover). There are hundreds of temples as small as chapels everywhere:  at a crossroads of three alleys, in a corner that seems unreachable, inside old wooden doors that hide hospices for poor pilgrims and colleges of yoga or meditation. The indications in this maze, coloured and without logic, are painted on the walls. Bizarre and naives, are the only guide you can find in the hundred forks of the old city.

But at last everything ends up at the river,  everything happens there and it’s nice to be there for hours, even for days having time, certain that if you abandon yourself to the rhythm of things, which is not a calendar of places to see in succession, but rather a sequence of sensations to enjoy, the days will pass with serenity and with a fullness that I have hardly encountered elsewhere. Ignoring the suggestions of those who had talked to me about this place as a pile of dirt (but on this I have already expressed myself in a previous post! here the link), despair and death I also briefly immersed myself in the waters of the Ganges feeling a sense of calm familiarity, certainly not of fear or disgust. Dirt, despair, death: none of the three things if referred to Varanasi can actually be considered false, but reducing everything to this sequence means taking away even to them the vivifying essence of the light of Varanasi. To take away from them the soul and sense of uniqueness that they truly have. A lamp of ghee awaits us to light up and abandon to the waters of the river. Our desire will merge with its sacred waters and perhaps, who knows, because there is no certainty in the request for auspices, it will be clothed with its liquid and eternal divinity making us happier!

Un commento

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...