Samye Ling, un angolo di Tibet in Scozia/A Tibetan corner in Scotland

Giravo per la Scozia alla ricerca di castelli, torri e abbazie medievali in un freddo giorno invernale. All’improvviso, mentre guidavo stanco e un po’ annoiato su una strada secondaria, ebbi una sorpresa e per un attimo credetti di essere in un altro luogo, in un altro tempo…

All’improvviso, dietro una curva, oltre un prato popolato da pecore (essendo in Scozia questo era il paesaggio più consueto) comparve uno stupa. Non era una visione lisergica né una vendetta dell’immaginazione costretta a ore di pascoli, curve, pecore, ponti di pietra, ruscelli, fattorie, pascoli, curve… Lo stupa c’era veramente e si innalzava al centro di un boschetto. Un cartello lo indicava come Samye Ling e, come avrei scoperto più tardi, era il più grande monastero tibetano in Europa, sorto, chissà perché, nella campagna scozzese, nella regione meridionale dei Borders.
Così mi fermai e mi inoltrai tra uno strano mix di laghetti ornati con fiori di loto, al centro dei quali sedevano placide statue di foggia orientale, edifici rurali in stile tradizionale scozzese abitati da una strana comunità di convertiti, impegnati in numerose attività agricole. Poi, al centro di ogni cosa, ecco lo Stupa, il tempio vero e proprio, con i cuscini ordinati e gli altari con le statue di Buddha, dove monaci in tonache color porpora sedevano salmodiando i loro sutra accompagnati dal ritmico battere di cembali.

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Samye Ling temple interior. ph. Citypilgrimblog

Mi sedetti in fondo al tempio e mi lasciai trasportare dal flusso del canto. La mia mente riandava ad altre esperienze più lontane, ad altri luoghi, anche quelli con pascoli, curve, rari edifici in pietra, alte montagne e placidi yak… Analogie fisiche e spirituali e una comunità di monaci, tutti occidentali, tutti piuttosto giovani, i cui volti non avrei faticato a immaginare sopra nere tonache benedettine, perché credo che ci sia una specie di cliché del monaco e che persone con certe caratteristiche siano probabilmente più portate a esperienze spirituali rispetto ad altre. Il tempo passò in fretta, prigioniero dei mantra e della strana, estraniante, sensazione che derivava dall’essere passato in meno di un’ora dalla contemplazione di ruderi di antiche abbazie benedettine all’ascolto di nenie tibetane. Uscii che stava facendo buio ed entrai in un piccolo e abbastanza trasandato “Café” che si trovava in una palazzina dove c’era anche un negozio di oggetti buddisti. Mentre bevevo un tè aromatico arrivò una donna dai corti capelli monacali. Era italiana, ma poco disposta a rispondere alle mie richieste su come avesse scoperto e scelto proprio il Samye Ling per la sua vita contemplativa. Mi disse invece che quel monastero portava il nome di Samye, un importante monastero del Tibet che i monaci, profughi per il mondo dopo l’occupazione cinese, volevano ricordare con nuove fondazioni. Appresi che i monaci possedevano anche un’isola, dal nome eloquente di Holy Island, che si trovava sempre in Scozia, vicino alla più grande isola di Arran. Ci si arrivava solo con una barca, e ci si poteva vivere, lavorare, pensare, nel più totale silenzio. Dovevo purtroppo raggiungere Edimburgo e mi aspettavano ancora un paio d’ore di tortuose strade minori scozzesi. Ripresi la guida nel buio con la strana sensazione che prima o poi nella mia vita avrei preso quella barca per Holy Island.

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Scottish farmhouse and exotic fountain in Samye Ling. ph. Citypilgrimblog

I was in Scotland in a winter day, visiting castles, towers, abbeys. Driving in a narrow secondary road I thought for a moment to be in another country, in another time…

Suddenly, bend after bend, sheep after sheep (that’s Scotland!) a stupa appeared. It wasn’t a lysergic vision, nor a revenge of my imagination, bored for hours of sheep, stone bridges, streams, farms, pastures, curves… The stupa was real and a sign indicated it as Samye Ling, one of the the most important Tibetan monasteries in Europe, hidden in the in the southern countryside of the Scottish Borders. I walked through a strange mix of ponds with lotus flowers, statues, traditional Scottish farmhouses, where a strange community of converts lived, attending to agricultural activities. Then, the Stupa, with round pillows, altars with Buddha’s statues, monks in red robes chanting sutras accompanied by the rhythmic beating of cymbals.

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Sitting in the temple, I was totally upset by the flow of singing, my mind remembering other experiences, other places, other pastures and curves, others stone buildings, high mountains and yaks… For a physical and spiritual analogy, a community of monks, all western, all young, whose faces I imagined with the black Benedictine hoods was praying in the low light of lamps. Appeared like a kind of cliché of the monk’s type, people with certain characteristics probably more inclined to spiritual experiences than others. Time passed quickly, prisoner of the mantras and of the strange, alienating sensation deriving from the short time passed from the moment I was contemplating the ruins of an ancient Benedictine abbey to the ongoing Tibetan chants. I went out in the late afternoon and I found myself in a small and simple “Café” that was in the same building of a rich shop of Buddhist objects. In the Café, drinking an herbal tea, I met a woman with short monastic grey hairs. She was Italian, but I was unable to know how he discovered and chose Samye Ling for her contemplative life. She told me that the monastery was a son of the main important Tibetan monastery of Samye, founded here by the monks fled after the Chinese occupation. I learned that they also owned an island in Scotland, near the largest Arran one, named Holy Island. You reach it only by boat but you can live, work, think, in complete silence. Unfortunately I had to start for Edinburgh and I was ready for a couple of hours of solitary driving in the winding Scottish roads. I left Samye Ling in the dark with the strange feeling: sooner or later in my life, I would take that boat to Holy Island.

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The white stupa of Samye Ling, a vision in the Scottish countryside. ph. Citypilgrimblog.

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