Chidambaram, Tamil Nadu: la danza dell’etere /Chidambaram, Tamil Nadu: the Ethereal dance.

La quarta tappa del Pancha Bootha Stalam, il pellegrinaggio dei cinque elementi di Shiva, mi porta oggi in un remoto villaggio del Tamil Nadu, Chidambaram, dove non arrivano turisti ma che mi regala un’esperienza indimenticabile. Qui si celebra la danza cosmica di Shiva, Nataraja, qui la incomprensibile pienezza dell’etere si materializza in forme e visioni.

Un villaggio che si racchiude in modo protettivo attorno al suo tempio, il gioiello prezioso, il cuore, la sorgente, l’origine: così mi appare Chidambaram! Quattro strade, che si chiamano tutte Car Road, percorrono i lati del grande Nataraja Temple, su ognuno dei quali si affaccia un monumentale gopuram decorato.
Chidambaram non è considerata una tappa irrinunciabile nei percorsi di visita del Tamil Nadu e questo spiega la quasi totale assenza di strutture di accoglienza per i visitatori stranieri. Per questo, dei cinque templi visitati nel mio itinerario alla scoperta di santuari elementali di Shiva, Chidambaram si è dimostrato essere il più segreto, per quanto questa definizione possa essere valida per un luogo sacro dell’India!
L’ingresso principale è quello che si affaccia sul lato orientale del tempio, raggiungibile con una breve strada in leggera salita dalla East Car Road. Qualche bancarella di souvenir, il chiosco per depositare le scarpe, una giusta animazione, danno l’idea che questo sia un luogo di pellegrinaggio ma niente a che vedere con le folle di Tiruvannamalai o con l’ariosa sacralità di Kanchi.
Dedicato all’etere o, secondo altre interpretazioni, allo spazio informe, questo tempio celebra in realtà sin dalla sua dedica, la Nataraja, la danza cosmica di Shiva. Per rendersene conto basta alzare gli occhi verso il variopinto gopuram, alto una quarantina di metri e strutturato su sette livelli, e osservare le statue che, sui due lati della torre (anzi delle quattro torri), eseguono i 108 movimenti canonici della danza sacra Baharat Natayam, così come è descritta nell’antico trattato del Natya Sastra.

Chidambaram - view copia
A Gopuram of Chidambaran, hyperdecorated with scenes of Shiva’s dance. Ph. Maria Lecis

Il tempio risale al IX secolo d.C. e fu elevato dalla dinastia Chola, ma, come avvenuto per molti i templi di pellegrinaggio, è stato più volte ricostruito dalle dinastie successive, tanto che oggi è difficile definirne lo stile dominante. E’ tuttavia un luogo affascinante, in cui la celebrazione di un evento leggendario, come la sfida cosmica nella danza tra Shiva e la consorte Sivakami, viene esaltata periodicamente anche da festival e riti speciali. Purtroppo (o per fortuna, visto l’affollamento che si vive in quei giorni) il giorno della mia visita è un giorno assolutamente normale, un tranquillo giorno di mezza estate, in cui il numero dei visitatori è ridotto ma non per questo appare meno partecipe dei riti che si svolgono ovunque nel tempio. I bramini di Chidambaram, che si passano il ruolo di padre in figlio da centinaia di anni, seguono un rituale particolare, diverso da quello osservato negli altri templi del Tamil Nadu e non è raro imbattersi in una puja celebrata in uno dei suoi oscuri recessi. L’accesso alla visone del lingam non è in questo tempio normalmente consentito ai non hindu, a meno che non si riesca a convincere con un’offerta un bramino. Il luogo è però davvero molto suggestivo, pieno di energie spirituali, e la poca frequenza di visitatori non mossi da interesse religioso, comporta anche il quasi totale divieto di scattare fotografie nei cortili più interni del tempio.
Come avviene in ogni luogo sacro hindu, anche la visita a questo tempio altro non appare che un progressivo viaggio verso il cuore del mistero. La celebrazione dell’etere, il più vago e incorporeo degli elementi, mi introduce in uno spazio magico di suoni, luce e buio, in un percorso di lenta consapevolezza che dovrebbe culminare con una libera contemplazione del lingam, che si pone danzante nell’universo di Shiva.
Questo lingam è fatto di puro cristallo, materiale sicuramente ideale per identificare una realtà, come lo spazio etereo, che non è vuoto ma denso di materia. La privazione del darsham è compensata dalla possibilità di vagare praticamente da soli in un’infinita sequenza di bui corridoi, fiancheggiati da monumentali colonne scolpite, per ritrovarsi nella parte più interna del tempio e contemplare il tetto dorato della sua inaccessibile sala principale, detta Chit Sabha (la Sala della Beatitudine).

Chidambaram - pilgrim
Purificatory bath in Chidambaramholy basin. Ph. Maria Lecis

Nel viaggio verso questo tempio ho visto lungo la strada numerosi villaggi in cui le case avevano tetti in paglia assai primitivi. Resto quindi sorpreso nel constatare come questo tetto dorato, piuttosto insolito nei templi shivaiti, riprenda esattamente la forma di quello delle capanne, a dimostrazione della profonda e remota affinità tra spazio sacro e semplice vita che è alla radice di ogni architettura religiosa.
Il luogo in cui è più bello sostare in questo tempio è il grande bacino nelle cui acque si riflette la sagoma multicolore di un gopuram. Le vasche, presenti in tutti i templi dravidici sono spazi silenziosi, in cui l’acqua, stagnante e, per noi occidentali, sicuramente assai poco invitante, funge in realtà da elemento tranquillizzante. Naturalmente lo scopo di un bacino d’acqua in un tempo risponde soprattutto a esigenze di purificazione, che sono ancora osservate come mi dimostra un anziano pellegrino che vi si immerge nudo con gesti lenti e assoluta indifferenza nei miei confronti. E’ in momenti come questo che sorge in me la sensazione di essere un elemento di disturbo, una figura fuori luogo, incapace di vivere lo spazio per quello che davvero rappresenta; incapace di esserne totalmente parte, desideroso solo di godere di un momento “bello” ma quasi preoccupato che questa bellezza possa trascendere in qualcosa di più alto e significativo. Questo tempio genera comunque in me energie positive, e tutta la giornata ne trae beneficio, in un susseguirsi di visioni ed emozioni fino a oggi mai raggiunte.
Oggi, nel giorno dell’etere, ogni cosa ha assunto una corporeità di luce nuova, tra risaie, palmeti, folate di vento e profumi. L’arte dravidica dona il suo meglio nei tempi Chola.
E’ un’apoteosi di forme e volumi che comincia a penetrarti, oltre che negli occhi, anche sotto la pelle.
Chidambaram, nella selva di nere colonne, ha rappresentato la dimensione ctonica, la discesa inevitabile nel buio che sola precede la visione della luce ritrovata. Luce piena che sarà il lingam gigantesco di Tanjavur che, anche se non è parte del percorso elementale, emana potenza e vigore. Ho lasciato un’offerta su un piccolo lingam secondario, fiori, banane, petali. Non ci sono dubbi sul fatto che Shiva mi sia stato oggi propizio. Ero partito velato di diffidenza, ora mi sento pieno di luce!

Chidambaram - Tank
The Huge Chidambaram basin reflecting Gopuram’s silohuette.  ph. Maria Lecis

The fourth stage of the Pancha Bootha Stalam, the pilgrimage of the five elements of Shiva, takes me to a remote village of Tamil Nadu, Chidambaram, out of the usual tourists tracks, for me an unforgettable experience. Here the cosmic dance of Shiva, Nataraja, is celebrated, here the incomprehensible fullness of the ether materializes itself in forms and visions.

A small village, silent and protective, living for its temple, the precious jewel, the heart, the spring, the origin: this is Chidambaram! Four roads, same name, Car Road, run along the sides of the great Nataraja Temple, each of which is overlooked by a monumental decorated gopuram tower.
Chidambaram is a real pilgrimage site so you can’t find here facilities for foreign visitors: of the four temples I visited in my itinerary Chidambaram is the most mysterious one.
The main entrance overlooks the eastern side of the temple, accessible by a short road slightly uphill from the East Car Road. Souvenir stalls, the shoe kiosk, usual sketches in pilgrimage site, nothing to do with the crowds of Tiruvannamalai or the airy sacredness of Kanchi.
Dedicated to the ether or, according to other interpretations, to shapeless space, this temple actually celebrates since its dedication, the Nataraja, the cosmic dance of Shiva. Look at the multicoloured gopuram, about forty metres high and structured on seven levels, and observe the statues that, on each side of the tower (better, of the four towers), perform the 108 canonical movements of the Baharat Natayam sacred dance, as described in the ancient Natya Sastra.

The temple dates back to the ninth century AD and was elevated by the Chola dynasty, but, as happened for many pilgrimage temples, has been rebuilt several times by successive dynasties, that’s why today it is difficult to define any dominant style. However, it is a fascinating place, where the celebration of a legendary event, such as the cosmic dance challenge between Shiva and his wife Sivakami, is periodically enhanced by festivals and special rituals. Unfortunately (or luckily) the day of my visit is an absolutely normal, quiet midsummer day, few visitors involved in the rites that take place everywhere in the temple. The Brahmins of Chidambaram, who have passed the role of father to son for hundreds of years, follow a particular ritual, different from that observed in the other temples of Tamil Nadu and it is not uncommon to come across a puja celebrated in one of its dark recesses. Unfortunately, access to the lingam is not allowed to non-Hindu, unless a Brahmin can be convinced by an offer. The place is very suggestive, full of spiritual energy, and the low frequency of visitors not moved by religious interest, explains the prohibition to take pictures in the inner courtyards of the temple.
As in every sacred Hindu place, visiting this temple appears to be nothing more than a gradual journey to the heart of the mystery. The celebration of the ether, the most vague and incorporeal of the five elements, introduces me into a magical space of sounds, light and darkness, in a path of slow awareness that should culminate with a free contemplation of the lingam, which is dancing in the universe of Shiva.
This lingam is made of pure crystal, perfect for the ethereal space, which is not empty but dense with matter. The deprivation of the darsham is compensated by the possibility of wandering in an endless sequence of dark corridors, flanked by monumental carved columns, penetrate in the innermost part of the temple and contemplate the golden roof of its inaccessible main hall, called Chit Sabha (the Hall of Bliss).

On the way to this temple I saw small villages where the houses had very primitive straw roofs. I am therefore surprised to see how the golden unusual temple roof, resembles exactly the shape of the huts. Temple large basin where green waters waters reflect the multicoloured silhouette of a gopuram is my favorite place to stay. The pools of the Dravidian temples are silent spaces;  the water, stagnant and very unattractive, actually acts as a calming element. Water basin are made for purification, as I understand watching an elderly pilgrim who immerses himself naked with slow gestures and absolute indifference to me. The sensation of being an element of disturbance arises in me, as a misplaced watcher, incapable of living the space and being totally part of it, eager only to enjoy a “beautiful” moment but almost worried that this beauty might transcend into something higher and meaningful. However, this temple generates positive energies in me, and it benefits me all day long, in a succession of visions and emotions never reached before, an apotheosis of shapes and volumes that  begins to penetrate into your eyes, but also under your skin.
Chidambaram, in the forest of black columns, is the ctonic dimension, the inevitable descent into the darkness that  precedes the vision of the light. I leave an offer on a small secondary lingam: flowers, bananas, petals. No doubt Shiva has been propitious for me today. I was lost in mistrust, now I feel full of light!

Chidambaram lotus
Offers of flowers in a stall outside the temple.  ph. Maria Lecis

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