India: Il mango di Kanchipuram/Kanchipuram’s mango.

Dopo aver visitato Sri Kalahasti, eccoci a Kanchipuram, o più semplicemente Kanchi, seconda tappa del Pellegrinaggio dei Cinque Elementi di Shiva uno dei nostri Viaggi dello Spirito. La più santa delle città del Tamil Nadu, è consacrata all’elemento della Terra identificato nel lingam (il simbolo fallico sacro al dio Shiva) che si conserva nel grande tempio dedicato al Signore del Mango.

Prithvi Stalam

Kanchipuram, “nagareshu Kanchi”, Kanchi la bella, come la definì un grande poeta tamil, ha templi ovunque, soffocati da un indico caos, ma sarebbe impossibile immaginarla diversa. Kanchipuram non è tranquilla, non è rilassante, non è facile da visitare a piedi; non ha una piazza, un fiume, un parco, eppure questa confusionaria Kanchi(puram) è, a suo modo, un luogo speciale.
La scopriamo pavesata di bandiere rossonere, che a noi evocano suggestioni sportive, ma che sono qui forti simboli elettorali, come si comprende meglio anche dai grandi volti di uomini baffuti che ci osservano da poster appesi a pali e lampioni.
Antica capitale della dinastia Pallava, che regnò sull’India del Sud tra il IV e il IX secolo dopo Cristo, Kanchi, come viene comunemente, chiamata, è una delle principali mete di pellegrinaggio dell’India Meridionale, se non dell’India intera.
Si tratta infatti di una delle sette città sante per gli hindu (sapta puri), l’unica che si trovi nella sua parte meridionale, ma al primo aspetto non dimostra di avere l’atmosfera quasi magica che possiedono altri luoghi, come Mathura, a lei accumunati da questo privilegio.
E’ difficile fare gerarchie religiose in questa terra dove ogni cosa sembra sacra per qualcuno, dove ogni luogo è memoria di eventi leggendari; per questo sapere che, come qualcuno a Kanchi ama sostenere, questo luogo è secondo per importanza alla sola Benares, può anche essere un’informazione fuorviante.

Kanchi - woman

Certamente Kanchipuram è una “vera” città santa, e lo è per tutti: shivaiti e vishnuiti.
Qui, secondo la tradizione, nacque Bodhidharma il leggendario monaco fondatore del buddismo zen, qui sorsero grandi scuole di meditazione e di pensiero, qui vennero, fin dalla più remota antichità, pellegrini da tutte le nazioni (anche dalla Cina) e di tutte le religioni, poiché se è vero che questo è un luogo caro soprattutto agli hindu, anche buddhisti e jain ne fecero oggetto di devozione.
Quello che vediamo oggi è però un agglomerato urbano vasto e disordinato, dove i templi, grandi e vissuti, sono in gran parte inseriti in un contesto tutt’altro che piacevole. La caotica planimetria di molte città indiane, e Kanchi è senz’altro tra queste, non aiuta a comprenderne la sacralità. Dobbiamo dimenticare la chiara organizzazione spaziale delle città sorte attorno al bacino del Mediterraneo, dove i monumenti sacri condizionano lo sviluppo urbanistico e lo adattano alla sua presenza.
Kanchipuram ha strade larghe e animate, dove si percepisce la vita, la normale e frenetica vita dell’India, ma non vi si trovano i templi. Per raggiungerli bisogna infilarsi in vie anguste, apparentemente senza importanza, che ti recapitano, senza preavviso, al cospetto di impenetrabili mura, sulle quali svettano gli ornati gopuram.
C’è qualcosa di strano in questo approccio, perché, viste le loro dimensioni, ci si aspetterebbe di vederli da lontano: all’altezza propria di un minareto o di un campanile aggiungono infatti la mole di una piramide, eppure, chissà come, ce li si ritrova davanti all’improvviso!

Kanchi - Gopuram

La mia visita ha come meta principale il tempio Ekambareswarar dedicato a Shiva, seconda tappa del Pancha Bootha Stalaam. Si tratta di un complesso vastissimo e dalla pianta complessa, coprendo un’area di 16 ettari, con un gopuram principale, quello che svetta sopra l’ingresso, che raggiunge i 53 metri d’altezza. L’impressione che ne deriva, visitandolo, è di luogo disorientante, in cui è difficile identificare percorsi e gerarchie spaziali. Lo stile imperante del tempio è quello derivato da un quasi totale rifacimento operato nel XVI secolo dalla dinastia dei Vijayanagar, a cui si devono sia il gopuram che la spettacolare sala a colonne del santuario.
Vi si venera dunque Shiva, nella sua manifestazione di Ekambareswarar (Signore del mango), simbolizzato nel lingam della terra (Prithvi Lingam).
Secondo una leggenda questo lingam, realizzato in sabbia e posto sotto un albero di mango (da qui il nome del tempio), veniva venerato da Parvati. Quando il fiume Vegavati straripò, rischiando di sommergere il lingam, Parvati lo abbracciò proteggendolo col suo corpo, e il dio, commosso da tanta devozione, si manifestò nella sua umanità e la fece sposa. Per questo un grande albero di mango, che si dice vecchio di 3500 anni, si trova ancora al centro del tempio, circondato da un tempietto tinto di azzurro.
Per raggiungerlo si devono però percorrere impressionanti gallerie, fiancheggiate da colonne scolpite con le forme vagamente barocche, tipiche dell’architettura Vijayanagar, e immerse in una costante penombra, che ben suggeriscono il concetto del viaggio mistico. Si procede dunque nel segno della terra, che qui dimostra di voler essere ancor più oscura e inaccessibile, verso la contemplazione del sacro lingam.
Resto però assai deluso nell’apprendere che in questo tempio l’ultimo acceso al santuario che custodisce il lingam di sabbia (dicono che sia ancora realizzato in questo materiale…) è proibito ai non hindu! Privato dell’esperienza del darshan, avanzo allora senza una reale meta. Selve di pilastri confondono il  cammino e, nella penombra, si aprono nicchie dove bramini sostano in attesa di celebrare la puja. Uno di loro mi attira e mi convince in cambio di un ovvio pagamento a lasciarmi imprimere sulla fronte un segno rosso di Shiva. Uscendo dal tempio e tornando alla luce, con quel segno sulla fronte, mi sento, chissà perché un poco diverso e mi pare di essere osservato dai pellegrini con occhi di comprensiva accettazione. Non c’è ironia negli indiani, non c’è dileggio, né disapprovazione per aver fatto mio un rito che, almeno culturalmente non mi appartiene. Posso così andarmene fiero alla scoperta degli altri templi che questa città mi riserva.

Il Pancha Bootha Stalam è uno dei Viaggi dello Spirito.
Puoi trovare il programma dettagliato a questo
 link.

Kanchi - Gate

After Sri Kalahasti, here we are in Kanchipuram, or more simply Kanchi, the second stage of the Pilgrimage of the Five Elements of Shiva. The holiest of the cities of Tamil Nadu, is consecrated to the element of the Earth identified in the Lingam (the phallic symbol sacred to the god Shiva) which is preserved in the great temple dedicated to the Lord of Mango.

Kanchipuram, “nagareshu Kanchi”, Kanchi the beautiful, as a great Tamil poet called it, has temples everywhere, suffocated by an Indian chaos, but it would be impossible to imagine it differently. Kanchipuram is not quiet, not relaxing, not easy to walk around; it has no squares, river, parks, yet this confusing Kanchi(puram) is, in its own way, a special place. Former capital of the Pallava dynasty, which ruled over South India between the 4th and 9th centuries A.D., Kanchi is one of the main pilgrimage destinations of South India. One of the seven holy cities for the Hindus, the only one in its southern part, but at first glance,  does not show the almost magical atmosphere that other places, such as Mathura, have.
Kanchipuram is certainly a “real” holy city, and it is for Shivaites and Vishnites as well.
Here, according to tradition, Bodhidharma the legendary monk founder of Zen Buddhism was born, here great schools of meditation were born, here pilgrims from all nations (including China) and all religions come, because this is a place of devotion for Hindus, Buddhists and Jains.
What we can see today is a vast and disordered urban agglomeration, where huge temples are hidden in charm free corners. The chaotic planimetry of many Indian cities does not help to understand their sacredness.  Kanchipuram has wide and animated streets, where you can perceive life, the normal and frenetic life of India, but you can’t find temples. To reach them you have to take narrow streets, apparently unimportant, which deliver you, without warning, in the presence of impenetrable walls, on which stand the adorned gopurams.
There is something strange about this approach, because, given their size, you would expect to see the gopurams from afar: although high as minarets or bell towers and solid as pyramids, they appear in front of you suddenly!

My main destination is the Ekambareswarar temple dedicated to Shiva, the second stop of the Pancha Bootha Stalaam pilgrimage. It is a very large complex covering an area of 16 hectares, with a main gopuram, above the entrance, which reaches 53 meters high. The impression that comes from visiting it is of a confusing place, where it is difficult to identify paths and spatial hierarchies. The dominant style of the temple is derived from an almost total reconstruction carried out in the sixteenth century by the dynasty of the Vijayanagar.
Shiva is venerated there in his manifestation of Ekambareswar (Lord of the Mango), symbolized in the lingam of the earth (Prithvi Lingam).
According to legend, this lingam, made of sand and placed under a mango tree (hence the name of the temple), was worshiped by Parvati. When the Vegavati River overflowed, risking to submerge the lingam, Parvati embraced it protecting it with his body, and the god, moved by so much devotion, manifested himself in his humanity and made her bride. For this reason, a large mango tree, said to be 3500 years old, is still in the middle of the temple, surrounded by a small temple dyed blue.
To reach it, however, one must walk through impressive galleries, flanked by columns carved with vaguely Baroque forms, typical of Vijayanagar architecture, immersed in a constant shadow, which really suggest the concept of a mystical journey. We proceed, therefore, in the sign of the earth,  darker and inaccessible, towards the contemplation of the sacred lingam.
I am, however, very disappointed to learn that in this temple the last lit up at the shrine  that houses the sand lingam (they say it is still made of this material …) is forbidden to non-Hindu! Deprived of the Darshan experience, I then move on without a real goal. Selected pillars confuse the path and, in the half-light, niches open up where Brahmins stop to wait to celebrate the puja. One of them attracts me and after an obvious toll,  put a red Shiva sign on my forehead. As I leave the temple and come back to light, with that sign on my forehead, I feel a little different and being observed by pilgrims with eyes of understanding acceptance. There is no irony in the Indians, there is no ridicule, nor disapproval for having made a rite that culturally does not belong to me. Now I’m ready  to discover the other temples that this holy city has in store for me.

Sri Kalahasti - darshan

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