Kyoto: la nascita di una capitale/Kyoto: the birth of a capital.

Ecco un estratto da un capitolo dal mio libro Lo Spirito di Kyoto. Questa volta il tema è la nascita della città di Kyoto, costruita nell’VIII secolo sul modello della allora capitale cinese di Chang’an. Una testimonianza di come i legami tra i due grandi paesi dell’Oriente siano profondi e antichi.

Davanti all’Oten-mon, la “Porta Divina”, ingresso principale dell’Heian Jingu , c’è un gruppo di cinesi che lancia richiami, si mette in posa, insegue bambini. Sono indispettito dalla loro presenza, aspettandomi dal Giappone solo silenziosa compostezza e controllo delle emozioni, ma il mio pensiero negativo rimane come bloccato. Lo sguardo scorre sulle strutture del santuario in legno dipinto con un vivace color vermiglio, e quanto ora vedo altro non è che un tributo alla antica civiltà cinese, a cui il Giappone è debitore di usanze, filosofia, religioni e anche di una città. Questa città.
Heian-kyo, la città della Pace, questo era il nome che l’imperatore Kanmu scelse per la sua nuova capitale, iniziò a essere costruita nel 795 secondo la griglia rigida e razionale propria delle città cinesi, in particolare sul modello di Chang’an (l’attuale Xian). Chang’an, la capitale dell’impero Tang, era allora la più grande e cosmopolita città del mondo a cui facevano riferimento viaggiatori, pellegrini, monaci, guerrieri e filosofi. A Chang’an si mescolavano le dottrine venute dall’occidente (cultura persiana, dualismo manicheo, cristianesimo nestoriano, ebraismo della dispora) con quelle venute dal sud (il buddismo), e ai primi timidi viaggiatori che arrivavano da quell’isola remota e culturalmente arretrata che era allora il Giappone, questa metropoli dovette apparire un luogo magico. Quella concepita da Kanmu, che era il cinquantesimo imperatore giapponese, fu dunque un’impresa davvero titanica per i suoi tempi, un’impresa che incontrò diverse difficoltà non essendo questo il luogo inizialmente scelto, ma solo quello su cui si dovette ripiegare dopo una serie di luttuosi eventi di cattivo augurio.

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Vows and prayers write in white paper stripes in the courtyard of Heian Shrine. ph Maria Lecis

Kanmu, concependo una nuova città e mettendo al centro un nuovo palazzo, che non sorgeva in questo luogo ma sull’altra sponda del fiume, voleva essere un sovrano libero e potente, come lo era l’imperatore Tang della Cina, e sottrarsi all’eccessiva pressione che i grandi monasteri buddisti di Nara, la vecchia capitale, esercitavano sulla corte, creare uno stato più moderno e funzionale. Per più di 1000 anni Kyoto fu la capitale del Giappone e il palazzo imperiale il suo cuore non sempre pulsante, visto che per molti decenni il ruolo degli imperatori fu puramente simbolico, essendo il potere nelle mani degli shogun. Durante le numerose guerre civili che misero letteralmente a ferro e fuoco Kyoto il palazzo imperiale di Kanmu andò perduto, e quello che ancor oggi esiste, dall’altra parte del fiume, completamente riedificato in epoche più recenti, non riesce, nella sua sin troppo contenuta sobrietà, a essere altrettanto affascinante di questa coloratissima copia del suo illustre antenato. La memoria di questo luogo di potere doveva essere ben radicata negli abitanti di Kyoto se, per celebrare il millennio della sua fondazione, si decise di ricostruirlo, in scala leggermente ridotta, così come appariva dalle antiche stampe. L’attuale santuario scintoista che porta il nome dell’antica capitale, Heian, altro non è dunque che una perfetta copia dell’antico palazzo imperiale della capitale antica, il Chodo-in. Sebbene sia dunque uno dei più recenti santuari di Kyoto, lo Heian Jingu, edificato nel 1895, non manca di un certo fascino, soprattutto per la sue architetture che riprendono dettagliatamente i canoni della Cina dei Tang (VIII sec dopo Cristo) e per i grandi e scenografici giardini che lo circondano su tre lati.

Non so se i cinesi che si fanno immortalare con la porta del santuario sullo sfondo, abbiano la coscienza di stare fotografando una parte della propria storia, anche perché in Cina non sono rimasti molti edifici nello stile Tang. Sorridono, sollevano la mano per salutare, si chiamano l’un l’altro continuamente e a gran voce. Guardandosi attorno, solo i più attenti tra loro riescono forse a capire come l’antica Heian avesse importato molti tesori dalla Cina: le scuole buddiste, i nomi di molti templi, l’arte della calligrafia, l’amore per la pittura di paesaggio in bianco e nero, l’arte dei giardini. Alcune ragazze cinesi, meno chiassose dei loro connazionali, si sforzano di comprendere un’iscrizione in kangi, la scrittura tradizionale giapponese, che trae origine da quella usata in Cina, ma che non abbina a un ideogramma il medesimo suono. Prendendo ad esempio gli ideogrammi utilizzati per indicare il quartiere in cui mi trovo 東山, un cinese vi non leggerebbe mai higashiyama ma dongshan. Legami, differenze, contrasti. Cina e Giappone dialogano e si scontrano da più di mille anni e questo solare monumento ne è un simbolo.

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A perfect replica of the ancient Tang’s architecture in Kyoto’s Heian Shrine. ph. Maria Lecis.

Here is an excerpt from a chapter of my book The Spirit of Kyoto. The theme is the birth of the city of Kyoto, built in the eighth century on the model of the former Chinese capital Chang’an. A sign of how the links between the two great Eastern countries are deep and ancient.

In front of the Oten-mon, the “Divine Gate”, the main entrance to Heian Jingu, there is a group of noisy Chinese. Their presence hurts me, expecting a Japanese silent composure and control of emotions, but my negative thinking remains as blocked. The view runs over the structures of the wooden sanctuary painted in a lively vermilion colour, and what I see now is nothing more than a tribute to the ancient Chinese civilization, to which Japan owes customs, philosophy, religions and even a city. This city.
Heian-kyo, the city of Peace, was the name Emperor Kanmu chose for his new capital, and began to be built in 795 according to the rigid and rational grid of Chinese cities, particularly on the model of Chang’an (now Xian). Chang’an, the capital of the Tang Empire, was then the largest and most cosmopolitan city in the world, to which pilgrims, monks, warriors and philosophers referred. In Chang’an the doctrines coming from the West (Persian culture, Manichean dualism, Nestorian Christianity, Hebraism of the Diaspora) were mixed with those coming from the South (Buddhism), and this metropolis had to appear a magical place to the first timid pilgrims coming from that remote and culturally backward island that was then Japan. The capital conceived by Kanmu, the fiftieth Japanese emperor, was therefore a truly titanic enterprise for his times, an enterprise that encountered various difficulties not being this the place initially chosen, but only the one on which he had to fall back after a series of tragic events of bad omens.

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Kanmu, by conceiving a new city and placing a new palace in the centre, which did not stand here but on the other side of the river, wanted to be a free and powerful sovereign, as Emperor Tang of China was, and to escape the excessive pressure that the great Buddhist monasteries of Nara, the old capital, exerted on the court, creating a more modern and functional state. For more than 1000 years Kyoto was the capital of Japan and the imperial palace was not always the beating heart of the city, as for many decades the role of the emperors was purely symbolic, being power in the hands of the shoguns. During the numerous civil wars that literally set Kyoto on fire and iron, the imperial palace of Kanmu was lost, and what still exists today on the other side of the river, completely rebuilt in more recent times, fails, in its all too contained sobriety, to be as fascinating as this colorful copy of his illustrious ancestor. The memory of this place of power had to be well rooted in the inhabitants of Kyoto if, to celebrate the millennium of its foundation, it was decided to rebuild it, on a slightly reduced scale, as it appeared in the ancient prints. The present Shinto shrine, named after the ancient capital Heian, is therefore a perfect copy of the ancient imperial palace of the ancient capital, the Chodo-in. Although it is one of the most recent sanctuaries in Kyoto, the Heian Jingu, built in 1895, does not lack a certain charm, especially for its architecture that take detailed canons of China Tang (8th century AD) and for the large and scenic gardens that surround it on three sides.

I don’t know if the Chinese who get themselves immortalized with the door of the sanctuary in the background, have the conscience to be photographing a part of their own history, also because in China there are not many buildings in the Tang style. They smile, raise their hands to greet, call each other continually and loudly. Looking around, only the most attentive of them can perhaps understand how ancient Heian had imported many treasures from China: Buddhist schools, the names of many temples, the art of calligraphy, the love for landscape painting in black and white, the art of gardens. Some Chinese girls, less noisy than their fellow countrymen, try to understand an inscription in kangi, the traditional Japanese writing, which originates from that used in China, but which does not match an ideogram to the same sound. Taking for example the ideograms used to indicate the neighborhood where I am 東山, a Chinese would never read higashiyama but dongshan. Links, differences, contrasts. China and Japan have been in dialogue and in clash for more than a thousand years, and this monument is a symbol of this unexpressed love.

 

 

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