Famoso soprattutto per essere stato la fonte e l’ispirazione del ben più famoso “Il re del mondo” di René Guenon (edito in Italia da Adeplhi), il diario- romanzo del chimico, accademico, giornalista polacco Ferdinand Ossendowski (Vitbesk 1871/Zolwin 1945) è un’opera avvincente che racconta di luoghi, personaggi, misteri di cui pochi hanno sentito parlare ma che rappresentano una straordinaria rappresentazione di un’epoca, quella della guerra civile russa tra il 1920 e il 1921, ricca di drammi e conflitti ancora poco e mal conosciuti.

Ci sono libri che compaiono all’improvviso nella tua vita e ti obbligano a porti la fatidica domanda: perché nessuno me ne aveva parlato prima? In realtà credo che ci siano percorsi sotterranei che collegano i nostri momenti, i nostri pensieri, il nostro modo di vedere il mondo che per me è e deve essere in perenne trasformazione. Così parte una catena casuale di citazioni, rimandi, coincidenze che ti porta ad incontrare quel libro in quel tempo. Bestie, Uomini, Dei di Ferdinand Ossendowski è stato per me uno di quei libri.


Tutto nasce da due incroci fatali. Storicamente e letterariamente affascinato da quelle terre, per me ancor oggi incognite, che occupano l’estremo oriente dell’allora impero russo mi imbattei qualche anno fa in uno straordinario personaggio: il leggendario barone Ungern von Stenberg, definito a volte “nero” a volte sanguinario, che coltivò il sogno di un grande stato buddista nel cuore dell’Asia. La Buriazia, la Mongolia e la Manciuria, sono territori fatti di steppe, silenzi, sciamani, città sperdute e dimenticate in cui venivano confinati spiriti inquieti e che mi fanno pensare a una versione superiore del tanto raccontato e sopravvalutato mito del West americano. Nell’epoca del crollo dell’Impero Russo proprio in queste terre si scatenano lotte tra le fazioni della cosiddetta Armata Bianca e le avanguardie della forza bolscevica che avanza come un incendio verso Oriente. Ossendowski che non era certo un fedele zarista ma tantomeno un fanatico comunista rimane vittima di queste forze dinamiche fuori controllo e deve inventarsi una nuova vita, compiere un percorso che non è soltanto geografico ma anche spirituale che lo cambierà per sempre. Il fatto stesso che non pensasse in un primo tempo di trarre da questa esperienza un libro è una spia di come la sua esperienza fosse stata intima e profonda. Nel suo muoversi nel cuore più remoto dell’Asia Ossendowki entra in contatto con numerosi bizzarri personaggi, avventurieri, cacciatori, coloni, lama tibetani, cercatori d’oro ma nessuno di loro esercita su di lui il fascino pari a quello del Barone Ungern von Sternberg. Lo incontra a Urga (oggi Ulan Bator in Mongolia) e condivide i suoi ultimi giorni e la sua certezza di essere ormai giunto alla fine del suo folle sogno. Grazie al Barone, Ossendowski riesce ad arrivare in Cina e da lì sfuggire alla caccia dei bolscevichi. Tra i due uomini scatta una strana empatia, strana perché Ossendowki, che è un intellettuale pragmatico, un chimico e fisico, appare poco incline ai misticismi feroci che spingono invece Ungern. Entrambi identificano l’avanzante ideologia comunista con il Male e sono consci che sia necessario combatterlo in ogni modo, ma mentre il primo si limiterà a denunciarlo scrivendone il secondo sacrificherà la propria vita. L’altro crocevia che mi ho portato alla lettura di Bestie, Uomini, Dei è la citazione che di questo testo fa René Guenon nelle prime pagine della sua celebre e controversa opera dal titolo “Il re del Mondo”. Diversamente a quanto farebbe pensare il sottotitolo solo gli ultimi capitoli del libro sono dedicati a una descrizione, piuttosto asettica e senza apparente adesione emotiva, della figura del Re del Mondo della cui esistenza Ossendowski aveva appreso da venerandi lama mongoli durante la sua sosta a Urga ma è stato proprio a partire da questa descrizione che migliaia di lettori futuri si sono lasciati affascinare da questo misterioso personaggio che, come cantava Battiato, ti tiene prigioniero il cuore.

Tutto inizia nel gennaio del 1920 quando l’autore, di ritorno da un viaggio, apprende che la soglia della sua casa a Krasnojarsk è presidiata da una pattuglia di bolscevichi venuta ad arrestarlo come nemico della rivoluzione. Decide così di iniziare una fuga senza meta, allontanandosi sempre più dalla città siberiana per addentrarsi in territori selvaggi e montuosi, percorsi da fiumi impetuosi, ghiacciati, coperti da foreste, abitati da orsi, da audaci coloni, da cercatori d’oro e percorsi da bande di razziatori bolscevichi che ammazzano chiunque capiti a loro a tiro e distruggono villaggi e campi. Imparando da occasionali compagni le regole della sopravvivenza in climi estremi e in tempi turbinosi, l’intellettuale scienziato finisce per esercitare la medicina, curare chiunque ne abbia bisogno, osservare la natura che muta davanti a lui con attenzione assoluta, cercando anche di dare spiegazioni razionali a credenze antiche, per raggiungere la Mongolia e da qui la costa cinese da cui salpare verso l’America. Le sue avventure sono innumerevoli e raccontate in modo appassionante, tra sparatorie, sagome di cavalieri che appaiono sulla cima di colline, inseguimenti al galoppo, animali, accampamenti... Insomma tutti gli ingredienti del classico racconto western immersi in un contesto dove la presenza del buddismo lamaista di tradizione tibetana si incrocia con il culto sciamanico delle forze della natura, la spiritualità ortodossa dei coloni russi, il cinico pragmatismo dei cinesi. Affascinante è la descrizione che Ossendowki ci lascia della città di Urga che ai tempi non era la triste Ulan Bator lasciata dal regime socialista ma una città santa, con un palazzo simile al Potala dove risiedeva un Buddha Vivente e un quartiere di templi, meta di pellegrini e luogo di intrighi di potere. Insomma un racconto di viaggio che è soprattutto una storia avvincente che si può apprezzare anche senza essere affascinati dalla suggestiva teoria sul Re del Mondo presente nelle sue pagine che però ha salvato questo libro, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1925, da un certo e immeritato oblio.

Ferdinand Antoni Ossendowski
ISBN: 9788827208069
Pagine: 248
Euro: 21,50

L’Autore:
Ferdinand Antoni Ossendowski (Vitebsk, 1871- Zólwin, 1945) polacco, chimico-fisico, scrittore e giornalista, si distinse in opere e lavori scientifici, pubblicando una quindicina di libri di interesse generale sia in polacco che in russo. Consulente scientifico del Consiglio Superiore della Marina, fece parte del Ministero delle Finanze e dell’Agricoltura del governo della Siberia. Nel 1905 presiedette il governo rivoluzionario dell’Estremo Oriente che proclamava l’indipendenza della Siberia Orientale dalla Russia. Arrestato dopo il fallimento della rivoluzione, fu condannato a morte ma la pena gli fu commutata in due anni di carcere. Nel 1922 fu consulente tecnico per gli affari dell’Estremo Oriente presso l’Ambasciata di Polonia e, in seguito, professore alla scuola di Guerra di Varsavia.