Shiraz: pensieri sulla poesia al mausoleo di Hāfez/Shiraz: me and the poetry at Hafez’s mausoleum.

Cos’è la poesia per noi occidentali? Quali sono i legami con la nostra memoria? Queste domande mi sono sorte spontanee dopo un commovente e curioso incontro in un parco di Shiraz, la città dell’Iran dove si trova il mausoleo del loro poeta nazionale: Hāfez.

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Attorno al mausoleo semplice ed essenziale che si alza al centro del parco, gruppi di ragazze velate si aggirano con l’universale atteggiamento di complice distacco che distingue ogni gruppo di adolescenti in gita. Eppure sia nelle sussurranti e sempre misteriose ragazze, sia nei giovani maschi, apparentemente fieri e smagati, appare un  senso di remoto rispetto, un velo di controllata devozione che di solito si incontra solo nei luoghi di culto.
Mi viene quindi da chiedermi perché la tomba di un poeta, pur venerato e ammirato, generi un tale senso di devozione. Abbiamo anche noi poeti famosi in Europa ma la loro memoria (sempre più evanescente a dire il vero) è affidata più che altro a libri e imposizioni scolastiche.

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Trovandomi però in Iran, dove la poesia è come un’eterna e invincibile religione parallela, tutto questo appare meno sorprendente. Soprattutto se il poeta in questione è  Shamsal Din Mohammad Shirāzi, meglio noto con il soprannome di Hāfez ovvero Colui che conosce a memoria il Corano.
Vissuto nel XIV secolo e amato da Goethe che ispirandosi alla sua opera concepì il suo Divano occidentale-orientale, è per gli iraniani qualcosa di difficilmente spiegabile se ci limitiamo alle nostre categorie di giudizio. Si potrebbe suggerire che la parola di Hāfez (utilizzata anche per trarne vaticini..) è sacra, se non fosse che le sue Canzoni sono un elogio dell’ebrezza e dell’amore, reale e trasfigurato, un invito alla gioia, cosa alquanto sorprendente per un poeta il cui nome significa Colui che conosce a memoria il Corano! Bisognerebbe allora aprire una lunga parentesi sulla mistica sufi e sul suo linguaggio provocatorio e simbolico, sul culto dell’ebbrezza come metafora dell’abbandono totale a Dio, ma forse la cosa più facile è munirsi di una traduzione delle poesie e lasciarsi trasportare nella sorprendente e vorticosa sequenza di immagini che Hāfez sa evocare.

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Proprio una di queste edizioni sfoglio seduto su una panchina all’ombra dei grandi alberi che circondano il semplice mausoleo, cercando una sintonia con lo spirito del grande poeta. Mi si avvicinano allora tre anziani, barba bianca e portamento elegante tipicamente iraniano, che mi chiedono gentilmente di mostrargli il libro. Io glielo passo con curiosità e una certa emozione e uno di loro inizia a leggere con voce rapita una delle canzoni, perché la mia edizione Einaudi porta il testo originale a fronte. Gli atri due anziani annuiscono e ripetono a mezza voce la poesia che conoscono evidentemente a memoria. Una volta finito di declamare, il lettore mi chiede, spiegandosi a gesti, quale lingua sia l’altra, sul libro. “Italia”, gli dico. Gli anziani capiscono, annuiscono, un poco si commuovono perché è per loro di grande orgoglio sapere che anche nella remota Italia si traducono i versi del loro poeta nazionale. Se ne vanno felici ringraziandomi. Se sapessero in quale considerazione noi italiani teniamo il nostro Dante….

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Around a simple mausoleum, rising in the center of the park, groups of veiled girls wander with the universal  detachment attitude of teenagers on a trip.
However, both in the whispering and always mysterious girls, as well as in the proud and lazy young males, appears a certain sense of remote respect, the controlled devotion usually found in places of worship.
I wonder why the tomb of a poet, though venerated and admired, could generate such a sense of devotion. We also have famous poets in Europe but their increasingly evanescent memory is entrusted to books and school impositions.
Being in Iran, however, the land where poetry is such an eternal and invincible religion, all this isn’t surprising.
Especially if the poet in question is Hāfez, or rather Shamsal Din Mohammad Shirāzi, who lived in the fourteenth century and  inspired Goethe’s Western-Eastern Divan. The word of Hāfez is something of sacred, a praise of joy and love, real and transfigured, an invitation to drink wine quite surprising for a poet whose name meams He who knows the Koran by heart!
Tha’s Sufi mysticism and its provocative and symbolic language, intoxication as a metaphor for total abandonment to God. Get a translation of the poems and you’ll be transported in the surprising and whirling sequence of images of Hāfez lyrics.
Sitting on a bench in the shade of the large trees surrounding the simple mausoleum and browsing an Italian edition I am approached by three elderly people, white beards and  Iranian elegant attitudes, who kindly ask me to show them the book. I pass it with curiosity and a certain emotion and one of them starts reading one of the lyrics with a deep voice as my edition has original lyrics in front, the others two repeating it with a half voice.
Once finished, the reader asks me, explaining himself with gestures, in which language my book is. Italy, I say.  They move a little touched and pride to know that even in remote Italy verses of their national poetare translated. If only they knew what consideration we Italians have for our great Dante Alighieri’s memory….

 

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