Hanoi: Den Ngoc Son, il tempio della Montagna di Giada/ The Jade Mountain temple in Hanoi

Il lago di Hoan Kiem è certamente tra i luogo più visitati di Hanoi, la bella capitale del Vietnam. Qui, su un’isola collegata da uno stretto ponte alla terraferma, sorge il monumento religioso più visitato e fotogenico della città: il Tempio della Montagna di Giada, Den Ngoc Son.

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The red wooden bridge. ph. Maria Lecis.

Ogni volta che mi imbatto in un tempio di denominazione cinese sono affascinato dalla bellezza di questi nomi che evocano luoghi di un mondo, reale e fiabesco al tempo stesso, che siamo soliti veder raffigurato sui bellissimi rotoli di pergamena dipinti.
Tutto in questo tempio, che sarebbe piccolo e segreto se non fosse diventato una grande attrazione turistica, rimanda alla Cina, matrigna e nemica del mondo vietnamita. I caratteri tracciati sulle porte con vernice rossa, gli animali mitologici ben noti, tigre e dragone, simboli dello yin e dello yang, ma anche per trasposizione dell’imperatore e della sua consorte, il grazioso ponte in lacca rosso che si riflette nelle acque del lago e che porta il nome, altrettanto evocativo, di Raggio di Sole. Tutto evoca l’immaginario della grande e temuta vicina.

Per arrivare al Den Ngoc Son percorro dunque il “Raggio di Sole”, recentemente restituito al suo scarlatto splendore, dopo aver assistito a un battibecco tra i guardiani e una coppia di giovani occidentali che pretendeva di entrare nel tempio vestita alla maniera della spiaggia. Certamente è colpa dell’ignoranza e della soave superficialità che accompagna molti giovani turisti ma forse un poco anche della evidente leggerezza spirituale che questa isola comunica al visitatore.
Il tempio che si trova sull’isola è dedicato a tre santi patroni: Van Xuong, che presiede alla letteratura, Quang Vu, per le arti marziali, Lac To che ha invece cura della medicina. Di antica fondazione, risale infatti all’epoca Tran e quindi al XIV secolo, è stato in gran parte rifatto nel 1864 per volere dello scrittore Nguyen Van Sieu, che volle aggiungere il culto dei letterati a quello del grande eroe nazionale Tran Huong Dao, il vincitore dei mongoli invasori.

Se un animale pare regnare in questo tempio, che malgrado la posizione, la fama, la fotogenicità, riesce a mantenere un’atmosfera di serena devozione, questo animale è la tartaruga, di cui, in un locale attiguo, si conserva un mostruoso esemplare ripescato dalle acque del lago nel 1968. Si dovrebbe dar credito alla voce che vuole un’altra tartaruga ancora viva e nascosta in questi fondali? A molti locali piace crederlo, forse per mantenere viva l’aura leggendaria del luogo. Seduto su una panca di pietra osservo il via vai di turisti, devoti, comitive prima di entrare all’interno del tempio i cui padiglioni hanno nomi ancor più evocativi come Ricevendo la Luna o Calmando le Onde.

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The White Horse, one of patrons of the city, has its special pavilion. ph. Maria Lecis.

La longeva tartaruga, tanto cara all’iconografia confuciana, sostenitrice di steli commemorative, vive qui un ritorno alle origini, un animale acquatico per natura e buddista per elezione. Chi ha però un posto privilegiato all’interno del tempio è un cavallo bianco, vigilato dale solite slanciate fenici. Mi appare davanti nella penombra, circondato dal color porpora delle travi e delle colonne di legno con cui è edificato il tempio, e rimango sconcertato nell’osservare come sia praticamente identico a quello conservato nel tempio Bach Ma, nel cuore della Città Vecchia. Mentre formulo questo pensiero mi rendo conto della sua intrinseca futilità perché ogni simulacro di una divinità è, sempre e ovunque, in qualsiasi religione e in qualsiasi culto, simile a se stesso. Non fa quindi differenza se l’oggetto rappresentato sia un uomo dalle molte braccia, una donna che regge un neonato, un uomo con la testa di elefante o un cavallo bianco. Quello che conta davvero sono la sua riconoscibilità e la sua possibilità di essere istantaneamente identificato e fatto oggetto di devozioni.

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Incense burner facing the lake. ph. Maria Lecis.

The Hoan Kiem Lake is one of the most visited spots in Hanoi. Standing, on an island, connected by a narrow bridge to the mainland, the Temple of the Jade Mountain, Den Ngoc Son is one of the preferred Buddhist places in the city.

Everything in this temple, quite small and secret before becoming a great tourist attraction, refers to China, the great stepmother and enemy of the Vietnamese culture: the characters painted on the doors; the mythological animals, tiger, and dragon, symbols of the yin and yang or, for ta mythological transposition, of the emperor and his wife; the pretty red wooden bridge reflecting in the waters of the lake. Everything seems to evocate here the great and feared neighbor.

To get to Den Ngoc I walk along the bridge, recently restored to its scarlet splendor, after witnessing a squabble between guardians and a couple of young Westerners who claimed to enter the temple dressed for the beach. Is that ignorance or the gentle superficiality that accompanies many young tourists, or maybe the spiritual lightness that this island communicates to the visitor?
The temple is dedicated to three patron saints, Van Xuong, who presides over literature, Quang Vu, for martial arts, and Lac To, who is responsible for medicine. Of ancient foundation, the temple dates back to the Tran era but was largely rebuilt in 1864 by order of a writer, Nguyen Van Sieu, who wanted to add the cult of the literati to that of the great national hero Tran Huong Dao, the winner of the Mongolian invaders.
If an animal seems to reign in this temple, this animal is the turtle, of which, in an adjacent room, is preserved a monstrous specimen fished from the waters of the lake in 1968, but there are some rumors about another giant turtle living in these waters. Many locals seems to believe it, to keep the legendary aura of the place alive. Sitting on a stone bench, I observe the passing of tourists, devotees, groups before entering the temple whose pavilions have evocative names like Receiving the Moon or Calming the Waves.

The long-lived turtle, typical of the Confucian iconography, returns here to its origins of an aquatic animal by nature and Buddhist by choice. Another animal having a privileged place in the temple is a white horse, watched over by the usual Phoenician slender. It appears in the half-light, surrounded by the purple color of the wooden beams and columns, and I am puzzled to observe that it is practically identical to the one preserved in the Bach Ma temple. I soon understand the intrinsic futility of this thought: every simulacrum of the divinity is, always and everywhere, in any religion and in any cult, similar to itself. It, therefore, makes no difference whether the object represented is a man with many arms, a woman holding a newborn, a man with the head of an elephant, or a white horse!

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